Scuola Media Statale “A. Bellone”

Costigliole d’Asti

SCHEGGE DI MEMORIA...
 

 

 

 

 


“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

G. Ungaretti

 

 

CLASSE III A

 

Anno scolastico 2004-2005

Insegnanti: Saglietti Angela – Lacqua Daniela – Ferro Loredana

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Quest’anno noi alunni di III A abbiamo studiato la storia del  ‘900 cercando di “andare oltre” le vicende esposte nel libro di testo: per quanto siano ben spiegate, infatti, esse risultano sempre troppo aride e non riescono a dar ragione dei drammi individuali e collettivi che certi avvenimenti hanno provocato.

La storia è fatta di gente che ha vissuto, sofferto e spesso subito le conseguenze delle decisioni politiche prese dal proprio Paese, perciò noi abbiamo rivolto la nostra attenzione ai singoli esseri umani calati dentro le vicende storiche, per comprendere le loro reali vicissitudini e tutta la drammaticità della loro esperienza.

 

Ci siamo interessati alle storie di chi è vissuto prima di noi, protagonista e testimone degli avvenimenti spesso funesti che hanno caratterizzato il900; abbiamo letto vari libri che raccontano questi drammi, a partire da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” fino a “Il sergente nella neve” o “Se questo è un uomo”, ma abbiamo anche esaminato delle testimonianze inedite, provenienti dagli “archivi familiari” di compagni ed insegnanti.

 

Una bella scoperta è stata il diario del bisnonno di un nostro compagno, che racconta la sua esperienza di cuciniere e portaferiti nella 1ª Guerra Mondiale: decifrando con pazienza la sua minuta grafia, siamo stati trasportati piano piano insieme a lui, quasi rivivendo “lo spavento e lo scoppiacuore” di certe situazioni al fronte.

 

 

 

 

Grande tristezza hanno poi suscitato in noi le lettere dello zio di una nostra insegnante, spedite dal fronte russo dove egli combatteva nel  Battaglione “Monte Cervino”.

Non ha più fatto ritorno, e l’ultima cartolina che la famiglia ha ricevuto dalla Russia è stata una breve comunicazione del Comando Militare: “Risulta disperso dal….gennaio…”

 

Grazie ad alcune testimonianze di nonni e zii che hanno vissuto i “rastrellamenti “ tedeschi e l’esperienza partigiana abbiamo, inoltre, potuto  conoscere quel periodo in modo più realistico e completo.

 

Una toccante esperienza, infine, è stata l’aver incontrato Natale Pia, che è venuto a parlarci di ciò che ha vissuto in Russia durante la terribile ritirata e, successivamente, nel lager di Mauthausen, dove era prigioniero dei tedeschi.

La sua testimonianza, ( resa possibile grazie alla collaborazione di Nicoletta Fasano e Mario Renosio dell’”Istituto per la Storia della Resistenza della provincia di Asti”, che ringraziamo tantissimo) ha toccato profondamente tutti noi e ci ha fatto capire veramente a quali orrori si possa andare incontro quando il valore della pace viene relegato in secondo piano, per dare spazio alla violenza, alla sopraffazione, alla guerra...

 

Con questo nostro lavoro vogliamo perciò raccogliere insieme le varie testimonianze che ci hanno permesso di acquisire maggior consapevolezza del nostro passato, per “dare voce” a chi ha sofferto, e pagato in prima persona, affinchè ne resti la testimonianza e il ricordo.

 

“Abbiamo il dovere di ricordare,abbiamo il dovere di far conoscere queste cose ai giovani, perchè non le facciano succedere mai più.” (N.Pia)

 


Dal Diario Di Giuseppe Solaro:

 

Giuseppe Solaro

Classe 1891 - 1° Categoria

Distretto Militare di Casale Monferrato – Numero di Matricola 30555

 

 

E’ il bisnonno del nostro compagno Gianluca (che è lo scopritore del piccolo taccuino dove Giuseppe, tornato dalla guerra, aveva voluto fissare le esperienze vissute); certamente tali esperienze erano così vive nella sua memoria da fare ormai parte della sua vita, e da fargli desiderare che non andassero perdute.

Dopo aver decifrato le fittissime pagine, scritte in bella grafia con pennino e inchiostro, noi ne abbiamo qui riportato la parte centrale; abbiamo mantenuto la punteggiatura, “alleggerendo” talvolta alcune parti per renderle più chiaramente interpretabili.

 

E’ stata davvero una grande emozione rivivere attraverso le memorie di questo nostro lontano compaesano i momenti durissimi dei combattimenti nei pressi dell’Isonzo, con le fatiche, le paure, le tragedie vissute dai soldati: ci è sembrato di essere là, “sotto il tremendo fuoco della mitraglia”.

La 1^ guerra mondiale ora per noi non è più soltanto un capitolo sul libro di storia, ma la sentiamo molto più vicina : tragica ed assurda come tutte le guerre.

 

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie

(G.Ungaretti)

 

“QUAL VITA SI FACEVA PER UN PO' DI RANCIO!”

 

Vi dico che per cucinare si doveva andare in cerca d'acqua attraverso i monti in mezzo alle boscaglie, e trabalzare su e giù in quei dirupi, e in due portare una marmitta da campo: ci volevano degli sforzi perchè arrivavano dei punti dove era facile sbagliare il passo e cascare giù, e si doveva tornare indietro per prendere di nuovo il poco d'acqua disgraziatamente sparsa.

Più volte, giunti al nostro accampamento coll'acqua, si vedeva mancare la legna. Si dà un giro intorno, si vede tutto bruciato dalla mitraglia, come si fa?

Eppure il rancio bisogna farlo! E si riprende il cammino verso dove? Dove la mitraglia non ha ancora distrutto, e si va in avanti, a destra, a sinistra, di qua, di là... finchè si trova qualche palo rotto, qualche pianta strappata dai colpi di cannone, e quante volte tornare indietro credendo di averne abbastanza, ma ne manca un bel terzo, e così bisogna ritornare in cerca non più uno solo, ma in due per poterne più facilmente trovare.

 

 

“ECCO CHE ARRIVA UN COLPO DI CANNONE”

 

Un giorno, il 21 giugno, andavo in cerca di legna in compagnia di un certo Grasso Pietro.

Dopo un po' di cammino non si trovava niente e lui voleva tornare tosto indietro senza legna.

Gli gridai per quella insana domanda, perciò dissi di continuare il cammino finchè non ne avessimo trovata. Finalmente vediamo un bel villino non ancora guasto. Nella villa c'è un bel vigneto e, circondati dalla stessa rete di ferro, villa e vigneto.

Facciamo per saltare la reticella con tutti gli sforzi, abbiamo portato di là e raccolto uno dei pali della vite, ma non era ancora abbastanza.

 Ecco che arriva un colpo di cannone a poca distanza da me che ero nella vigna, in un punto che il compagno mio non mi vedeva ed era fuori dalla rete.

Sentito questo gran colpo vicino così, si è spaventato ed è svenuto, anche per la paura che io fossi rimasto ferito dal colpo.

Insomma, invece di aspettare in gamba la legna che gli porgevo appena di là della rete di ferro, che io ero al di dentro come è già noto, mi sono dovuto passare la legna da me stesso sopra la rete e poi, invece di aiutarmi a portare la legna, lui non poteva nemmeno stare in piedi: con questo ho dovuto portare tutta la legna in spalla e tenere in spalla anche il suo braccio, del resto non stava in piedi.

Avvenne che un altro colpo arrivò poco distante da noi e il compagno, senza ferite e senza contusioni, casca a terra dalla scossa del colpo e anche dallo spavento.

Con ciò non potevo più portare tutto insieme e ho dovuto lasciarlo dietro: andare con la legna e poi venirlo a prendere dopo, perchè i compagni di cucina già ci davano perduti tutti e due.

Dopo un po' di cammino finalmente vedo tosto l'accampamento e mi son fatto un po' di coraggio perchè mi ero molto stancato dopo il lungo cammino, col cuore palpitante dalla paura.

Perciò mi feci forza e coraggio, non mi lasciai perdere di spirito e camminai per il resto del viaggio che mi rimaneva da fare; giunto al posto mi sento chiamare e mi domandano come mai ero solo.

Risposi che il compagno era dietro e poi ritornavo a prenderlo, e mentre la legna viene fatta a pezzi per cucinare, tosto giunge la truppa e gli ufficiali per vedere se il rancio era pronto.

Era ancora da far cuocere, e la compagnia comincia a lamentarsi per la fame e gli ufficiali gridano anche loro di questi ritardi, e bisogna raccontar loro il perchè è impossibile...  Intanto, dopo qualche sgridata, al posto di ristorarsi e riposarsi, già bisogna tornare indietro per prendere il compagno abbandonato, che avevo insieme.

Veramente, questo rimane a dire: da vero compagno, avrei dovuto prima portare via il compagno, e poi ritornare a prendere la legna, raccolta con tanta fatica:ma era sicuro che quando ritornavo a prenderla non vi era piu', e con questo la faccenda rimaneva piu' grave.

Ritornai dopo, a prendere il compagno; era ancora dove l'avevo lasciato, e non aveva raccolto nessuna delle sue forze per alzarsi in piedi. Dovevo prenderlo in braccio e riportarlo all'accampamento: potete immaginare quale vita si faceva per fare un po' di rancio!

 

 

“SI SON MESSI A TIRARE CHE PAREVA ALL'INFERNO”

 

Passano un po' di giorni, poi ho messo l'attrezzatura e le marmitte nelle loro rispettive casse per partire, per la Stazione Ferroviaria. Giunta la sera ( perche' si viaggia solo di notte) quando tutto fu pronto per la partenza, mentre si stavano portando via le casse fummo scoperti dal nemico.

Ci ha scoperto un aereoplano, perche' eravamo in un punto da cui nessuno ci poteva vedere da terra, e in quel momento in cui si era appena fatta sera da qualche ora. Si son messi a tirare in quel punto che pareva all'inferno, ma veramente cercavano di colpire piu' che potevano noi truppa, sì, ma c'era un deposito di munizioni vale a dire una colonna di carri carichi una cinquantina di metri vicino a noi. Per fortuna i colpi cascano da tutti i punti, ma ne' noi ne' la colonna non fummo colpiti e quella  sera la passammo in mezzo allo spavento. Partenza: erano pronti i cavalli attaccati alle carrette, all'ambulanza e ai carri di sanita', ai carri farmaceutici. Avvenne che il carro di sanità affondò con le ruote in un punto debole e  hanno preso due cavalli  da un  altro carro per tirarlo fuori, e poi il giorno seguente si scopri' che li avevano presi da quello su cui c'era la cucina caricata sopra. E io che avevo tanta premura di andare via da quel posto che pareva piu' colpito degli altri! Distaccando i cavalli dal carro, abbandonarlo non si poteva, e abbiamo dovuto esser gli ultimi ad andare via.

 Giunti al partire, siamo passati da S.Martino, e via nella notte: non si vedeva piu' niente dove si passava; era buio nuvoloso scuro e non si vedeva niente intorno a noi, solo un po' di biancastro sulla sinistra e un po' nero della scurita' della notte che era il posto di boscaglia rimasto in mezzo al precipizio di destra, per noi che andavamo giu' verso Plava; non si vedeva perche' era molto scuro, ma si sentiva nel rumore l'eco  della valle che rispondeva; e in certi punti ci mancava anche un po' il parapetto che si vedeva camminando proprio vicino, si vedeva appena.

Finalmente dopo circa tre o quattro ore di cammino sempre in silenzio, si sentiva qualche passo di mulo che veniva su piano piano e andando se ne vedono altri: era la colonna mulattiera che tornava da portare i viveri ai soldati avanzati e venivano su esausti, stanchi dalla lunga tattica di notte, nessun chiaro per vedere dove si mettevano i piedi.

Per non prendere a calci i sassi, si sentiva brontolare l'uno l'altro a bassa voce per non farsi sentire dal nemico. Infatti si camminava meglio in silenzio.

 

“SI CAPIVA PIU’ NIENTE DEL MONDO IN QUEL MOMENTO”

 

Io per compagno non ero solo perche' il mio vero compagno di sventura era un certo Torta Ettore, che era iscritto ciclista in sezione, e quando era il trasloco da un posto all'altro eravamo sempre insieme possibilmente; andando giu' per quella strada  che era molto in discesa, si dovevano frenare i carri a tutto freno per non andare chissà dove, perchè non si vedeva.

.Ed ecco che il nemico ci sente, con quel rumore, che eravamo già molto vicini: eravamo già nella vallata che andava verso l’Isonzo e rimanevano qualche cinque o sei chilometri per arrivare a Plava.I carri erano dietro ai tre camion, ( erano pure con la nostra sezione, i camion) che senza far rumore andavano tranquilli con sopra  tutti gli ufficiali e sottoufficiali, perché avevano chiuso il motore e se la sono passata liscia.

Se io l’avessi saputo andavo anch’io, ma non me lo immaginavo del pericolo che si presentava e ho dovuto rimanere indietro di tutti i carri, anche del nostro, perché dal rumore sentito i nemici si sono messi a fare fuoco infernale che non si capiva più niente del mondo in quel momento, e si sentivano le pallottole fischiare in grande abbondanza.

Ci siamo fermati tutti per non fare più rumore e per farli calmare un poco, ma tosto  ci siamo messi in cammino, un’altra sfilata senza interruzione.

Ci dovemmo gettare a terra, così c’era quel poco di parapetto che poteva fare un po’ di riparo; in principio pareva che non sapessero tirare, ma nel secondo rumore ci hanno presi di mira che erano cose serie; fortunatamente quel poco di parapetto dello stradale che nella prima vista sembrava meschino, serviva molto bene; ci siamo fermati circa mezz’ ora, poi riprese il cammino.Ma appena il nemico non ci poteva più prendere di mira, perché più si camminava e più ci si avvicinava al nemico ,( noi andavamo fiancheggiando l’ Isonzo, il nemico era sull’ ultimo terzo della facciata che guardava l’ Isonzo dal monte), credendo i comandanti di poter proseguire coi loro carri  verso sempre alla buona ventura, invece non ancora fatto di strada cento metri,ricominciava il nuovo disturbo sempre più infernale perchè si sentivano più vicini

Coraggiosamente vollero proseguire lo stesso proprio con quella faccenda come vi era, ma ecco che ci dovemmo fermare per forza, tutto ad un tratto.

Essendo dietro non vedevo, ma sentivo più rumore del solito; domandare che cosa vi era non si poteva perché eravamo un po’ indietro, e andare vicino non conveniva perché eravamo un po’ al riparo noi dietro a quel parapetto .Stemmo ancora un quarto d’ora e poi, dopo qualche minuto, sono partiti giungendo quasi in pianura; si fermava tosto tutto, vi era ancora un po’ di discesa ma quello era utile perché serviva a spingere i cavalli, che non si sentivano più di tirare dopo tanto cammino stanchi come erano. E dopo aver sentito quel poco di rumore che andava allontanandosi, anche noi ci siamo decisi di lasciare il nostro riparo che ci aveva già servito così bene e ci rincresceva non poco, ma bisognava andare per tutte le ragioni più importanti da veri soldati.

 

“COL  PIEDE HO PICCHIATO CONTRO UN VOLUME GROSSO…”

 

Dunque andando giù sempre con la solita oscurità e ancor di più che c’era il bosco un po’ più a destra, alto a fianco della strada, non mai vista così scura, senza veder nemmeno il terreno dove si mettevano i piedi, ero sempre a fianco del mio compagno: lui, il già detto ciclista, poverino non si sentiva bene di salute perciò la bicicletta, invece di servirsene per andarci sopra o condurla lui con le proprie mani, la tenevo io a mano, e camminavo con la bicicletta dalla mano destra e con la sinistra avevo lui per braccio, andando e discorrendo di chissà che avventure che potevano avvenire, ma sempre individualmente uno per confortare l’altro per non trovare tanto disastrosa la via notturna presente, non badando tanto al nostro percorso, sempre tutti e due uniti.

Ad un tratto si vede un po’ più scuro per la via e credendo fosse un bagnato qualsiasi non abbiamo fatto attenzione; continuò il nostro lento passo, finché col piede ho picchiato contro un   volume grosso e abbiamo poi visto che era un cavallo ucciso pochi momenti prima perché era ancor caldo, e abbiamo subito sospettato che fosse un cavallo della nostra Sezione di sanità perché era voltato con la testa verso dove andavano i nostri; era ancora caldo, e in quella notte il caldo non poteva durare molto, perché faceva  freddo.

Lasciando questo con un po’ di sgomento, andiamo giù pian piano finché sentiamo il rumore dei cavalli che non volevano più andare innanzi per la grande stanchezza.

 Avvicinandomi ben vicino, ho visto un cavallo da  solo ad un carro che doveva fare tutta la fatica di tenere indietro il carro tutto quel che poteva: ma tutti gli altri carri ne avevan due di cavalli, invece quello solo uno, perché quello era il carro che aveva lasciato dietro il cavallo morto su per la via. Quel rimasto vivo non poteva più tirare innanzi da solo, e si è dovuto domandare i cavalli che erano già giunti al luogo per venire in aiuto.

 

“IL NEMICO IN TUTTA LA VALLATA GETTAVA MITRAGLIATE SENZA ECONOMIA”

 

Alla santa pazienza dovetti andare io insieme al mio compagno a domandare aiuto, e c’erano circa 4 chilometri di strada per arrivare al posto e eravamo proprio sul fiancheggiar dell’Isonzo, distante circa 100 metri.

 Il nemico in tutta la vallata gettava mitragliate senza economia, e io col compagno ciclista dovetti camminare per quel lungo tratto per portare l’ambasciata e passare sotto                  quell’infernale diluvio di fuoco e  lampi di bombe che scoppiavano.

La passammo, coll’ aiuto di Dio, e giungemmo fino al posto.

Recatomi dal comandante del turno per dirgli il fatto, sono poi tornato dai miei compagni di sventura per vedere se potevamo sfuggire le occasioni più pericolose, e quindi dai carri furono mandati degli altri in aiuto:  io ero libero, e mi sono recato dal comandante di compagnia per sapere se si poteva andarsi a riposare un poco, e se poteva insegnarmi  qualche luogo un po’ più sicuro di rifugio, ma mi sono sbagliato di strada. Lui, invece di darci il consiglio di ritirarci meglio che si poteva, ci ha comandati tutti, tanto io quanto i miei compagni di cucina: per fortuna c’era il tenente di spesa, che ci ha permesso di ritirarci. Finalmente ci siamo recati  un po’ dietro la casa e nello scricchiolo delle pallottole che picchiavano nei muri della casa, e i sraphel e le bombe e tutto quell’inferno che mai si poteva riposare, non trovando rifugio da nessuna parte, perché mi lasciassero tranquillo mi son messo dietro un tavolo che era in fondo e tosto fui colto di nuovo dal personale di servizio per condurmi a prendere i feriti sul monte e uscire in mezzo a tremando fuoco della mitraglia.

 

“ERANO COSE DI SPAVENTO E DI SCOPPIA CUORE”

 

Sono andato su sino in cima, e ho caricato un ferito dei più bisognosi per ritornare, ma erano cose di spavento e di scoppia cuore nel vedere tanti feriti giacenti sul terreno e tutti volevano essere presi, tutto un lamento straziante e in mezzo a quelle onde di ogni cose indimenticabili, chi voleva stare lì a studiare? Si prende e si tira via il più presto possibile. Nel venir giù, che era discesa, era scuro: il suolo era bagnato dalla pioggia, si scivolava giù, si rotolava, non si vedeva dove si camminava: solo nell’istante dei bagliori dello scoppio delle bombe. Poi disorientati ci si imbatteva entro qualche fusto di piante rimasto, o si picchiava con le mani scorticate che fanno sangue.

Buio che non si vede dove si va, e quando si vede allo splendore delle bombe e dei sraphel e delle pallottole che picchiano nei sassi e fanno fuoco, allora si ha lo spavento di essere colpiti. E così fra buio e chiaro di fuoco, alla bella maniera si viene in fondo del monte.

 

“NON SI TROVAVA PIU’ IL PONTE”

 

Ma ecco un altro ostacolo: gira di qua, girà di là non si trovava più il ponte di cui ci siamo serviti per andar di là e non si vedeva nessuno più; non si trovava il ponte, e siamo tornati indietro in cerca di qualcuno che ci insegnasse dove era.

 Domandato ad un soldato colà, ci ha detto che un’ora prima era stato distrutto dal nemico, e noi con la nostra barella e ferito ci siamo messi in cerca di qualche altro mezzo per passare su quella forte corrente d’acqua.

 E come fare? Abbiamo sentito a bassa voce che un soldato del secondo genio aveva scoperto una specie di passaggio segreto, ma non si sapeva il punto preciso: si  era sicuri che era due chilometri giù o su dal punto in cui eravamo noi. Abbiamo deciso di deporre il ferito a terra, e la barella usarla a cercare quel segreto passaggio indicato in quel tratto di due chilometri       

Dopo tante ricerche con quella barella, sempre a farla strisciare sulla riva dell’Isonzo e noi camminando sempre appena sulla sponda per trovare qualche cosa sull’acqua o a fior

d’acqua, abbiamo poi toccato un pezzo resistente che appena si poteva toccare con tutta la lunghezza della barella.

 Cosa si fa dopo aver toccato? Non accertarsi di che si trattava era inutile.

Per passare era utile sporgersi di più, perciò sempre collo stesso pericolo mi sono tenuto con la stessa barella che il mio compagno teneva forte tutto il suo possibile e mi sono lasciato andar giù fin a toccare il duro nell’ acqua, dove si passava; era appunto il passaggio segreto sopra indicato.

Era una fianca appena larga 50 centimetri, senza ripari, e anche 50 centimetri sotto l’ acqua.

Era una cosa straordinaria passare sopra senza sapere se si arrivava sino all’altra riva.

Eppure bisogna sbrigarsi; ci siamo recati a prendere il malato già quasi belle svenuto, dalla gran perdita di sangue, ce lo siamo preso sulla barella per venir via ma era mica più solo, ce n’erano già molti altri là, perché gli altri portaferiti non trovando il ponte lasciavano il ferito a terra e poi pensavano di trovare rifugio e nascondersi.

 Noi abbiamo perso il nostro ferito e camminato verso la fianca trovata sott’acqua.

Non c‘era da fidarsi a passare con il ferito sulla barella, periò un soldato si è preso il ferito in spalla e un altro la barella, e in avanti toccare la via per non sbagliare il punto giusto della direzione della fianca.

Io con la barella avanti e l’altro di dietro, il mio compagno è caduto con un piede ed è andato giù con una gamba;fortuna che si è tenuto forte e non si è lasciato tirare via dalla corrente d’ acqua e dovevo aiutarlo ad alzarsi, ma ecco un altro ostacolo: dovevo tenere la barella, altrimenti sarebbe caduta, eppure feci tanti sforzi ma invano. Se non volevo abbandonare la guida dovevo abbandonar il compagno ferito gravissimo, e lasciare la mano che impugnava la barella per far forza agli altri, ma mentre aiutavo quei poveretti ero anch’io in equilibrio. Facendo lo sforzo, mi sento un colpo alle gambe che tosto mi butta giù dalla fianca; era un pezzo di trave che i nostri soldati, disfacendo il ponte frantumato, avevano lasciato.Ma con questo mi sono tenuto su, ho fatto forza e ci siamo tirati su tutti; bisognava andare adagio con i piedi toccando e andando alla bella meglio, finchè siamo giunti alla riva.

 Sembra tanto largo nel dire in questo scritto, ma si camminava al buio e su un passaggio stretto e mezzo metro  sotto l’acqua. Alla fine siamo giunti al posto in sezione a Plava

 

“E DI NUOVO IN CUCINA A FARE IL CAFFE’ PER LA TRUPPA, TUTTI MARCI PER LA PIOGGIA

 

Intanto si vedeva già chiaro e io, sempre in cucina, dovevo prepararmi a fare il caffè per la truppa e per gli altri che ci portavano feriti.  E si mettevano per scaricare la cucina e gli attrezzi, ma non si sapeva dove piazzarla; girando abbiamo visto un piccolo rifugio dietro un po’ di roccia, era una forma di gola, quando pioveva era anche torrente.              

Ci siamo messi lì per due giorni e in due giorni ha sempre piovuto dirottamente che non si poteva fare il rancio, anche sotto la tenda, dalla grande corrente che vi era.

[…] per rifugiarsi, e vi era pure un piccolo portico che serviva a noi bene per ripararci dalla incessante pioggia.

Quel portico era solo coperto con sottili asticelle e erano anche un pochettino staccate per le intemperie. Erano state messe le marmitte sotto, tutto a posto per appiccarci il fuoco, ma c’era un’altra cosa: che non si poteva accendere, vi era l’acqua sotto quel portico, che  bagnava la legna e la carta e non si procedeva. Si dovette alzare tutto e metterci dell’altro sotto; abbiamo disfatto un riparo che c’era intorno ad un orto per farne un tratto di pezzi di legno da mettere le marmitte sopra.  Si avvicinava tosto alla sera che ancora si doveva fare cuocere la carne e ci dovevamo sbrigare mentre c’era un po’ di luce, perché appena notte il fuoco si vedeva molto e faceva ben bersaglio: per questo si aveva molta premura. E non c’era legna asciutta e si dovette tribolare a rompere qualche mobilio rotto per fare quel po’ di mangiare.

 

“DI NUOVO LA FURIA DEL FUOCO”

 

Avvenne un assalto e c’erano molti feriti da portare, e si dovette aspettare col rancio sino alle ore 12, poi fare la razione.  C’era di nuovo la furia del fuoco e i miei compagni non avevano più sparato e non erano più buoni a niente: anzi, dovetti fare tutta la distribuzione fino verso all’una e mezza di notte, poi rimettermi per fare il caffè.

Sempre fare questa vita, e si doveva andar a prendere l’acqua da cucinare nell’Isonzo.

Che acqua che si doveva adoperare! Anche per lavarsi i panni, la biancheria. Finché, verso la fine del mese di giugno, mentre il secondo Genio stava preparando per fare un grosso ponte in questa sopra indicata acqua, i nemici si mettono a battere sul ponte semi finito,  finché ci è stato ponte e sezione distrutti completamente:  in quel giorno rimasero dei nostri tre morti e tre feriti, questo è successo al mattino del 29 giugno 1915 .            

 

“SENTO UN GRIDO STRAZIANTE...”

 

Non avevo ancora fatto il caffè ma erano circa cinque minuti che ero alzato, (si dormiva appena qualche ora al mattino) e, mi sono alzato quasi l’ultimo e mi sono messo a cucinare sotto quel porticato tutto piovente.

Quella mattina volevo aggiustare bene quel tetto perché non piovesse addosso, e son salito sopra quel piccolo tetto per mettere tre teli da tenda.

Il portico era appena su quattro pali e pareva che volesse cadere a tutti i movimenti che facevo.

Mentre prendevo le tele, tranquillo e a sangue freddo, gli altri parte in cortile e parte alle finestre guardano il mio lavoro e ridono del mio spirito.

Mentre ero curvo che mettevo un telo, sento un grido straziante: alzo gli occhi e vedo uno alla finestra con la testa a penzoloni, tutto a sangue che grandinava giù per il muro e altri spasimi.

Fuggo giù, vado al riparo e sento altri colpi che arrivavano in pieno tetto che hanno rotto tutto, e mentre io son fuggito dalla casa, scappando mi tocca passare sotto una porta che c’era quel tale con la testa sfracellata che perdeva gran quantità di sangue: dovetti passare sotto quel getto di sangue del mio compagno, e son fuggito su per andare dove mi pareva che si fosse più ben al riparo.

Ho pensato di recarmi dove eravamo prima, alla cucina in mezzo a due rocce, ma prima si doveva passare allo scoperto e mi tirano ben più di un colpo davanti per farmi fermare.

Passata  quella furia… Arriva un altro colpo dietro di me, mi reco dietro le rocce con altri soldati e il nemico ci vedeva molto bene; si mise a tirare in quel luogo senza interruzione, e pareva fuor di testa sprecare tante munizioni per tre soldati.

Siamo stati rannicchiati dietro a quella roccia per circa tre ore, aspettando l’aiuto delle nostre batterie, e dopo un po’ si sentono le nostre artiglierie: tanto il nostro cuore si consolò!

Approfittando di quel momento siamo usciti da quel rifugio, che fino a quel punto ci aveva giovato molto.

“METTERE I PIEDI NEL SANGUE DEI MIEI COMPAGNI”

 

Andiamo giù per recarci dalla casa sezionata da noi.

Entrando nell’aia si vedono tre barelle nelle quali riconobbi i nostri compagni; vado giù, vedo tutti che lavorano a portar via la roba, tutta quanta.

Seppi che c’era l’ordine di sgomberare quella casa, mi fece molta impressione.

Eppure l’ordine c’era; mi diedi un giro intorno, quasi per ritornare nel rifugio: ma non era da buon soldato.

E vedendo che si trattava di portar via tutta la cucina e la roba nostra, ossia il corredo, andai a prendere lo zaino e le coperte che vi erano sul solaio.

Appena salito sopra, non ancora metà scala, tosto ne vedo uno tutto agonizzante che chiedeva aiuto…

Vado fin sopra, ma camminando per quel tratto dovetti mettere i piedi nel sangue dei miei compagni e sono salito sul solaio dove avevo visto un vero lago di sangue da tutte le parti.

Si vedeva sangue sparso, ma io a sangue freddo prendo il mio zaino e coperte tutto insanguinato e porto via tutto.

Giunto alla stazione dove erano tutti, ci siamo fermati un poco per aspettare gli altri, vedendo che erano tosto le ore 11 del giorno 29 giugno.

 

Ma le mie parole sono sempre state vane”

 

I compagni sentivano fame e mi sono deciso che si doveva andare a prendere il rancio per distribuirlo. Avverto il caporale di cucina perché venga con noi ad aiutarci, ma lui mi risponde che era troppo pericoloso uscire dal riparo. Io gli dissi che, se era pericolo uscire mentre  i nostri cannoneggiavano a gran furia, non saprei quando fosse meno pericolo e gli feci ancora coraggio di andare, dicendogli che la compagnia aveva appetito. Lui non volle saperne di uscire dal riparo, dicendo che non era prudenza uscire in quel combattimento. Io gli spiegai per la terza volta che, mentre i nostri tiravano, i nemici erano nascosti per non essere scoperti e potevamo fare tutto senza che nessuno ci sparasse. C’erano circa 100 metri di distanza, c’era poco da camminare e si poteva benissimo andare in una corsa e in pochi secondi fare tutto, invece non ha ascoltato le mie supplichevoli parole e ha voluto aspettare che tutto fosse stato in silenzio.

 Sentendo l’idea che aveva, io cominciai a sentire il pericolo molto grande e, guardandomi intorno, a vedere tanti poverini una parte già giacenti al suolo e un’altra sulle barelle tutti insanguinati, incominciavo a sentire un po’ di calore e di sudore freddo.

Dopo circa mezz’ora, i nostri fanno silenzio e il nemico si sta preparando a gran furia per poter prendere i nostri artiglieri.

Ecco che il furbo caporale sente tutto silenzio e si fa fuori per andare a prendere la roba, cioè carne, pane e brodo. Incominciava l’artiglieria nemica a sparare, e non si fidava nessuno ad uscire. Ma mi chiede di uscire dal riparo, vale a dire andare via da dietro il caseggiato della stazione dove vi era il comando, cioè il generale Aliardi.

Mi dice: “Andiamo a prendere tutto così poi stiamo qui”, e io vedendo avvicinarsi il pericolo incominciavo a impallidire; non era perché avessi tanta paura, perché ero sempre io a fare cucina quando eravamo sotto il porticato e i colpi picchiavano tanto davanti quanto dietro incontro alla roccia: non mi son mai preso paura e invece i miei compagni erano sempre tutti palpitanti e impauriti. Io ero quasi sempre solo e tante volte i colpi picchiavano vicino e battevano dei pezzi dentro la marmitta talmente grossi che li tiravo fuori col mestolo, eppure sono mai fuggito, sempre stato a sangue freddo, e ero lodato dal capitano medico quando veniva a saggiare il rancio della compagnia e lo trovava sempre ben fatto e giusto in tutto, e mi lodava pure per il mio coraggio perché mi vedeva sempre da solo a custodire il lavoro di cucinamento.

 Ma quel momento mi sono lasciato prendere da una grande rabbia per non vedere ascoltata la mia ragione, e di dover andare in pericolo quando vi era il mezzo per poterlo evitare. Io gli dissi che mi rincresceva ora andarci.

 MA A DIRE DI NO NON SI POTEVA: GUAI! LUI A ME SI’, PERCHE’ ERO UN POVERO SOLDATO, MA IO A LUI GUAI.  Dunque io, anche con puntiglio, ho dovuto seguire quelle sciocchezze . Pazienza, mi sono rassegnato. Erano vane le mie parole di consiglio e dovetti seguire il cammino, perché quel momento era tutto di paura. Andare avanti era pericoloso, tutta quella grande stazione era tutta piena di feriti.

 

“IN UNA TERRIBILE ANGOSCIA MI SONO TROVATO TUTTO SANGUINANTE...”

 

Tre sono andati prima, cioè il Caporale e due cucinieri, e io quattro passi  indietro.

Non ancora fatto 50 metri di strada,  in una terribile angoscia mi son trovato disteso a terra tutto sanguinante da tutte le parti: testa,mano e gambe tutte e due, non potevo più alzarmi. Faccio un grido forte per chiamare l’attenzione e anche di rabbia perché io lo sapevo già

Prima; dunque feci uno sforzo e andando e strisciando per terra, feci qualche 20 metri appena perché era ferita tutta la gamba e  il muscolo offeso, mentre  nell’altra vi era la scheggia dentro grossa come un dito pollice, e poi ancora ero ferito alla testa, che passando dall’orecchio sinistro da davanti  andava a uscire alla sommità del capo.

Dunque mi è venuto uno svenimento per la grande perdita di sangue tanto dalla testa quanto dalla gamba sinistra, e non vedevo più tanto. Ma subito mi son venuti incontro  dei  compagni che mi amavano molto, mi hanno sollevato e portato in sala di medicazione dove vi era anche il generale già detto, che mi ha ritirato da terra quasi svenuto, e il soldato Cardi dei dintorni d’Asti, il Caporal Maggiore Dusio molto conosciuto e buono, dei migliori, il Caporal Maggiore Rosso Giuseppe e tanti altri compagni, perché mi amavano tutti e anche io loro.

C’era il cappellano che mi fece molto coraggio, e i compagni di cucina, e mentre il dottore cioè il Tenente mi medicava la  testa, il cappellano mi taglia i calzoni e le mutande per medicarmi pure la gamba e mentre mi medica l’altro ha quasi finito di levarmi la tagliata parte dei calzoni. In mezzo a tanta truppa che mi circonda per vedermi meglio, io son svenuto di nuovo e il cappellano mi tiene su la testa e il Tenente tiene un po’ di garza sulla ferita della gamba, ma non me la fascia.

Stavo malissimo, ma la sensibilità l’avevo ancora e come un sonno profondo non sento più niente e non vedo più niente.

 Dopo cinque minuti mi sento toccare in seno, ma credevo di sognare, non potevo scuotermi e poi in un altro momento mi sento toccare di nuovo la pelle in seno e non potevo destarmi. Tanti soldati miei compagni di cucina, e tutti gli ufficiali, il cappellano, il sergente e tre Cap. Maggiori, tutta la stanza piena , tutti a guardare me;  io sentivo il cappellano che diceva “O poverino,tanto buono” e gli altri confermavano .

Ad un tratto sento un dolore alla testa forte da farmi tremare tutto, un altro alla gamba quasi lo stesso che mi aveva scosso tutto.

Dopo queste scosse sento uno scoppio di  piangere,  non di uno ma di parecchi, e il cappellano diceva che c’ero ancora ma loro piangevano lo stesso e io sentivo toccarmi e sentivo parlare forte e non potevo destarmi da quel gran sonno.

Avvenne che una terza volta mi toccano in seno e poi sento dire “Prendi il portafoglio” .

Io mi sono spuntato forte per destarmi da quel gran duro sonno e finalmente posso allargare gli occhi, e vedo tutti così e mi metto a piangere dalla commozione, ma sento che tutti mi fanno coraggio e ne vedo a piangere di gioia.

Dopo mi vedo mettere il portafoglio in tasca e mi dicono se li conoscevo; infine fissavo più bene e vedevo che tutti erano in faccende per me, e chi ha preso lo zaino, chi la mantellina; prendono la barella per mettermi sopra, ma io avevo paura che mi facessero fare la vita di tanti: stare dei giorni in barella così legato e  dissi la prima parola che ho potuto pronunciare: “Dove mi mettete adesso?” e il Cap. Maggiore Dusio d’Asti mi disse “Vai, fatti coraggio che fra due giorni sarai in Italia”

Mi presero e mi sento messo in barella e messo sull’automobile.

 

“QUEI BARBARI NEMICI INDIAVOLATI TIRAVANO COME SCELLERATI”

 

Salutati tutti, siamo partiti per la via più comoda che era lungo l’Isonzo.

   Eravamo io e un certo Beltrando di Spinetto Alessandria e lungo quel percorso, benché colle bandiere della Croce rossa e benché camminiam con la Croce (e si vedevano pure le barelle di fuori), quei barbari nemici indiavolati tiravano come scellerati a shrapnel, e bombe e fucileria per finirci totalmente, ma Iddio non voleva: che ci si facesse tribulare sì, ma ucciderci no.

Il camion sempre camminava a tutta velocità per fuggire dai pericoli.  Nel trabalzare della vettura c’erano molti solchi per l’acqua, il carro faceva dei salti e con questo succede che si ruppe la barella: quello sopra gridava, quello sotto ancora di più di fermare, ma non han voluto perché ci tiravano  sempre di continuo e abbiamo seguito il viaggio, sino che si è trovato un ospedaletto da campo n. 16.

 

“MI HANNO NUDIATO PROPRIO NUDO”

 

Ci hanno scaricati e messo sotto la tenda fino al giorno dopo, non ci hanno dato niente e nemmeno medicato;  al domani ci fanno la medicazione e ci tolgono  pantaloni e mutande del tutto, camicia e gilet, e cominciavo a tremare.

Mi hanno nudiato proprio nudo, su quel tavolo dopo hanno messo su un  pagliericcio e stetti sino al giorno dopo che era il 1° luglio 1915.

Dovevo partire  solo vestito dalla metà in su; finalmente mi diedero una coperta, ma era appena da non colare: era proprio bagnata e dovevo coprirmi testa, gambe e vita con quella coperta, e partire sul camion sino a Udine e avevo anche la mantellina, ma me l’hanno presa all’ospedale.  Dunque l’ora di partire era verso le quattro e non prima.

Preso il camion,  passare per quelle strade tutto fasciato e mezzo svestito facevo proprio pietà in mezzo a quella gente: donne, vecchi e ragazzi ragazze, tutti guardavano e fra i tanti,  mi dicevano il più ferito.

Camminato in camion nella notte arrivammo a Cormons. Là hanno detto che non ci accettavano e proseguito sino a Udine, dove siamo giunti  all’una del 2 luglio 1915.

 

POVERINO SEI TUTTO TEMPESTATO”

 

Stetti sino al giorno dopo, poi mi hanno medicato dicendomi “Poverino sei tutto tempestato” e che avevo preso un colpo da star…, ma via, mi hanno portato al letto e ordinato il vitto: un litro di latte, due uova e due minestrine.

Io non ho voluto niente, finchè è venuta la suora  a portarmi il latte  e mi ha fatto bere un litro di latte e caffè caldo, dicendo che se no morivo in due giorni, perché erano già sei giorni che assaggiavo proprio niente.

Dopo sono partito alle quattro di sera del giorno 9 per Venezia, dove stetti per qualche giorno. Mi medicavano senza badare; avvenne un giorno il 20 luglio 1915 che vado per farmi medicare e mi sento far male la fasciatura: mi hanno detto che era troppo tirata e dopo due  giorni scopersi che era il fuori uscito  pezzo di scaglia che era appena sotto un dito di carne. Cioè dopo 19 giorni essere ferito mi hanno fatto l’operazione per togliermi quella scheggia, e stetti ancora qualche giorno a letto finchè mi hanno levato i punti e poi mi hanno aumentato il vitto; mi sono messo  in vita, dopo il lungo patire.

 

“...SON PARTITO PER LA CARA PATRIA CASA”

 

Venne il giorno per mandarci in convalescenza, e non ci volevano mandare : volevano metterci in una infermeria, ossia campo dei convalescenti, e io feci tante domande finchè me l’hanno concesso.

Avvenne che dopo tante suppliche  il capitano del reparto mi ha condotto dal colonnello alla visita e mi hanno dato 15 giorni di licenza convalescenziaria, e son partito il 1° agosto 1915 per Alessandria: colà mi hanno subito fatto la licenza e son partito per la cara patria casa, che sono giunto il giorno 2 alle cinque di sera agosto.

Arrivai in improvvisa, e di gran commozione piansi per circa un quarto d’ora senza poter pronunziar parola; c’era  pure la sorella Domenica, tutti dietro ai lavori delle viti.

 

“MI SENTIVO UN GRANDE FASTIDIO NEL CUORE,

E RIPARTII CON LA BOCCA UN PO' AMARA CHE NON NE POTEVO PIU'

 

Passai quei quindici giorni in pace, e poi era ora di andare ad Alessandria.

Son partito la sera del 17 agosto, dopo salutata la famiglia e i parenti, accompagnato dal padre, fratello e cognato e tanti altri amici.

All’ospedale di Alessandria ho trovato tanti altri compagni di sventura, e ci hanno detto che si poteva partire per il fronte con l’accelerato delle 10,30…

Io, vedendo così, chiamai visita e fui mandato all’ospedale S. Chiara, dove rimasi otto giorni e si pativa la fame.

Poi son partito per accompagnare un carro fino a Bari, e sono ritornato ad Alessandria il 4 settembre.

Stetti fino al giorno 12, poi scappai per recarmi a casa a visitare la famiglia; passai da Costigliole e arrivai alla mezzanotte a S. Anna da mia sorella, e dopo mi recai a casa accompagnato dal cognato.

Stetti fino a sera, poi dovevo andare.

Mi sentivo un grande fastidio nel cuore che non potevo pronunciare una sola parola, e ripartii colla bocca un po’ amara  che non ne potevo più.

 


Schegge di memoria di…

 

L’INCONTRO CON NATALINO

 

Natalino Pia, nato nel 1922, reduce dalla campagna di Russia e dal campo di concentramento di Mauthausen. (nella foto, appena arruolato)

 

 

“Incontrare Natalino Pia è stato un vero “appuntamento con la storia”.

Ci ha raccontato con semplicità i fatti più tragici da lui vissuti, senza assumere toni né da vittima né da ”eroe”: pacatamente, ma con tanta convinzione, ci ha offerto una testimonianza autentica e dolorosa degli orrori a cui portano le guerre, facendoci comprendere la necessità di non dimenticare mai quello che è stato.

Ci ha parlato della Russia, quando lui era autista e faceva parte del reparto munizioni e viveri ( una posizione abbastanza privilegiata rispetto a chi combatteva direttamente sul fronte). Il periodo più tragico fu quello della ritirata, in seguito alla quale su centoquarantaquattro soldati della sua compagnia sono tornati soltanto in nove.

Quei giorni furono terribili, e dover lasciar dietro sulla neve tanti compagni è stata un’esperienza estremamente dolorosa, che non si può più dimenticare.

Dopo l’8 settembre  venne catturato durante un rastrellamento, e dopo un bel “pestaggio” fu mandato al campo di Mauthausen  come oppositore politico, passando prima per il lager  di Bolzano.

Natale ci ha spiegato le principali “leggi”  che si dovevano rispettare nel campo: se non si rendeva e non si lavorava, si veniva eliminati.

Ci ha descritto la dura giornata che ogni prigioniero doveva affrontate: sveglia alla cinque, andare ai servizi ma senza asciugamani, né sapone, né carta igienica… solo con il vestiario indispensabile,“colazione” con una strana sostanza simile al caffè, (che aveva l’unico pregio di essere calda), adunata fuori al freddo, al lavoro, pranzo con una razione infinitamente misera di cibo, di nuovo al lavoro, cena sempre terribilmente misera.

Alla minima infrazione, botte senza pietà… e il camino come prospettiva.

Appena si arrivava nel campo di concentramento, si vedeva in quelli che c’erano già la fotografia di come si sarebbe diventati: scheletri ambulanti, senza forze né dignità umane.

Ci ha raccontato che il più grande sogno dei prigionieri era quello di essere liberati: sopravvivevano ( quelli che ce l’hanno fatta) nella speranza che arrivassero gli Angloamericani o i Russi a porre fine a quell’inferno.

Con sincerità Natale ci ha detto che lui non ha dimenticato nulla delle sofferenze subite, ma che ha cercato nella sua vita di perdonare sia i Tedeschi, responsabili di tutto ciò, sia quei Polacchi che, nel campo, facevano i sorveglianti e non avevano un minimo di umanità: perché “l’odio non serve a niente, è solo una spirale che porta ad altro odio, e quindi a nuove tragedie”, come ci ha detto egli stesso.

Questo ci ha colpito profondamente, e ci ha ulteriormente testimoniato l’importanza di ricordare:  non per continuare a coltivare rancore e disperazione, bensì per poter fare in modo che non succedano mai più tragedie simili.”

 

Alice

 

 

“Natale Pia, anche se ci siamo visti per poco tempo, mi è sembrato un uomo del quale il mondo non può fare a meno: anzi, bisognerebbe che ce ne fossero tanti come lui!

Sono esperienze che ti segnano la vita in un modo incredibile: Natale ci ha raccontato, come io ho anche letto nel suo libro, che ci ha messo quarant’anni a smettere di avere incubi tutte le notti. Io personalmente ammiro quest’uomo molto pacato, che non fa sfoggio delle sue esperienze passate, non dà giudizi e cerca invece di perdonare, un uomo che ha il coraggio di raccontare e che vuole farlo proprio ai giovani. Un uomo, un esempio, per capire che non bisogna dimenticare, ma sapere cosa è successo e non ripetere gli stessi errori del passato.

Simone   

 

 

Natale Pia, per tutti Natalino, nasce a Montegrosso d’Asti.

Parte a vent’anni per la Russia, dove è artigliere; vive la terribile ritirata nel gelo della steppa ed è presente alla battaglia di Nikolajewka.

Al ritorno a casa collabora alla lotta partigiana nell’astigiano, ma viene catturato e deportato a Mauthausen, lager dal quale viene liberato dagli alleati quando si ritrova allo stremo delle forze.

Non ha mai potuto dimenticare queste terribili esperienze, non ha mai dimenticato i compagni che non ce l’hanno fatta; la sua testimonianza vuole essere un monito alle nuove generazioni perché non permettano che succedano ancora tragedie simili.

                      

Noi l’abbiamo incontrato a scuola, dove con grande disponibilità ci ha raggiunti per raccontarci la sua storia e per rispondere alle nostre domande. Un incontro che ha davvero lasciato il segno (basti dire che “non volava una mosca” anche se eravamo in più di sessanta alunni radunati in un’unica sala), e per il quale lo ringraziamo con grande stima e riconoscenza.

Abbiamo anche letto e commentato il suo libro, “Storia di Natale”, che consigliamo vivamente a tutti.

 

 


Schegge di memoria di…

 

IL RACCONTO DI QUELLI CHE C’ERANO

 

BALBO GIUSEPPE, nato nel 1910 :

 

“Andai a Senigallia nel 1931 per fare addestramento; rimasi due mesi, poi fui trasferito a Zara, in Dalmazia, dove ero bersagliere: avevo un grande cappello con tante piume nere.

Solo che fui ferito alla testa, mi riformarono e così smisi di fare il soldato.Mio fratello

Pietro era invece arruolato nella cavalleria e molte volte ha accompagnato il Principe: anche lui aveva una bella divisa, perché era ufficiale, e un grande elmo in testa.

Avevo ancora un altro fratello, Cesarino, che però era nel corpo degli alpini.”

Io non mi sono arruolato come partigiano, ma stavo dalla loro parte e li aiutavo, anche se alcune volte mi hanno dato fastidio: venivano a bussarmi a casa, volevano informazioni su tutto e su tutti.

Avrebbero voluto perfino portarmi via con loro, per questo Rita aveva sempre paura. Se non avevi niente da dargli, potevano anche rubarti tutte le bestie che avevi; ti lasciavano un foglio con scritto che poi il Governo pagava, ma chissà quando!

Ammazzarono molti tedeschi e alla fine vinsero loro perché erano in maggioranza  rispetto ai repubblichini.

I partigiani stavano dalla nostra parte, con la gente comune, ma a volte hanno fatto dei danni come a mia sorella Fiorina :”era una ragazza tanto brava, aveva sposato Baldovino e aveva aperto un negozio di sali e tabacchi a Loreto.

Un giorno, dopo aver servito una signora, sentì degli spari, del rumore, così andò vicino alla vetrina per cercare di vedere.Solo che i partigiani  l’avevano scambiata per una fascista e così, le hanno sparato alla testa. La pallottola le ha attraversato il cervello ed è morta così, sul colpo.

“Persi anche tanti dei miei amici: alcuni furono deportati, altri uccisi dai repubblichini. Tedesca era la moglie di Cora. La sua fabbrica dava lavoro a tutto Costigliole e Boglietto, io ci ho lavorato per molti anni.

Comunque la sua moglie portò via tanti dei amici: li teneva chiusi nel cortile della fabbrica per due-tre giorni, poi li mandava via su dei treni che li portavano chissà dove.

Anch’io fui preso e tenuto chiuso là insieme ad altri per un giorno, ma poi arrivarono i partigiani e gli alleati, così io non partii più.”

 

CERRUTI  GIUSEPPE, nato nel 1939 :

 

“Non mi ricordo molto della guerra perché ero piccolo, ma quando ci penso alcune scene mi tornano alla mente così chiare che mi sembra di riviverle ora.

Un giorno i repubblichini sono andati ai Soria, perché noi una volta abitavamo là. Hanno rivoltato tutti i materassi in cerca di soldi, ma siccome  non ne avevano trovati ci ordinarono di stare fermi immobili in una stanza finché loro non fossero usciti. Ma mio papà andò a vedere lo stesso…. Pochi secondi dopo aveva già una pistola puntata alla testa e il soldato chiedeva al comandante:”Devo sparargli? Devo sparargli?”

Furono attimi di paura, ma ebbe salva la vita.

Mi ricordo anche che quando arrivavano i partigiani mio fratello Aureliano, che aveva  25 anni, si nascondeva nel ripostiglio oppure scappava nelle vigne per non  essere preso.Pensa  che stava là anche 5-6 ore prima di tornare a casa!”

 

CERRUTI  RENATO, nato nel 1937:

 

Quando avevo 5-6 anni, una notte arrivarono i repubblichini, mio papà li ha sentiti e allora è sceso giù nella stalla per vedere, così intanto ha chiuso tutto.Ma loro erano già entrati e questa volta, per fortuna, volevano solo mangiare.

Un’altra volta, verso l’ora di cena, sono arrivati nel cortile con la trebbiatrice e dopo averci fatto uscire tutti da in casa, ci hanno fatto mettere in cerchio con quattro mitragliatrici puntate addosso.

Mentre noi morivamo di paura, un giovane soldato di circa 18 anni con un cerino in mano, chiedeva insistentemente al capitano:”Devo incendiare la casa? Devo incendiare la casa?”

Fortunatamente il capitano ebbe un po’ di pietà  e ci lasciarono stare. Tornarono qualche giorno dopo a cercare la benzina, che noi avevamo nascosto nel pagliaio. Non la trovarono.

Una volta sono venuti anche i partigiani perché volevano il vitello che c’era nella stalla.Solo che per non darglielo, mio papà ha dovuto dirgli che l’aveva già venduto al macellaio di Boglietto.Appena andati via, ha corso fino in paese per spiegare al macellaio com’era andata tutta la storia, ma siccome era una situazione di emergenza comprò il vitello solo per metà prezzo.

Infatti poco tempo dopo arrivarono i partigiani dal macellaio  a chiedergli se era vero che Cerruti di Colosso gli aveva venduto il vitello, lui rispose di sì e tutto finì lì.”

 

BALBO FRANCA , nata nel 1943:

 

“Sono nata negli anni di guerra e non mi ricordo direttamente, però so che cosa è successo a mio zio Amilcare: era in Russia, dove costruiva le tradotte sotterranee insieme al suo amico Angioletto.

Mio zio ha fatto otto anni di guerra. All’epoca del fatto che ti racconto, lui era in Russia, perché doveva costruire insieme al suo amico Angioletto le tradotte sotterranee.

Solo che dopo che avevano finito la costruzione, i suoi compagni hanno lasciato lui e il suo amico mezzi morti. Ma siccome Angioletto era ferito, lo zio lo portò in spalla finché  potè , così chiese poi di ricambiarli il favore.

Ma l’amico se ne andò lasciandolo solo nella neve.Fu così che venne raccolto da un treno tedesco, che lo portò fino al confine con l’Italia.

Si mise a camminare, ma siccome gli si congelarono mani e piedi, proseguì il suo cammino con gomiti e ginocchia, finché giunse a Trento.

Da lì fu trasportato all’ospedale di Brescia, curato, e poi rimandato a casa sua a S.Stefano. Logicamente la sorpresa dei suoi famigliari fu immensa, anche perché Angioletto aveva detto a tutti che lui era morto. Dopo  tanti anni si rincontrarono, ma non si degnarono di uno sguardo.”

 

 

 


Schegge di memoria di…

 

…CHI DALLA RUSSIA NON E’ PIU’ TORNATO….

 

Giuseppe Travasino, classe 1921, viene arruolato nel 1940, come alpino, nel battaglione “Monte Cervino” – sezione alpini sciatori, 8° Compagnia Armi d’Accompagnamento.

Segue un periodo di addestramento a Frabosa Soprana (Cn) dove, come egli stesso scrive alla sorella Margherita, “ci insegnano a fare le tattiche, ma è come se fossimo già in guerra perché spariamo tutto il giorno…”

Nonostante tutto, scrive anche alla sorella: “Dormiamo sulla paglia, ma siamo in una bella caserma con il pavimento di legno che anche dormire sulla paglia non si sta male”. (Dalla lettera del 19 Aprile 1941).

All’inizio del 1942 viene trasferito nella caserma di Aosta, sede del Battaglione “Monte Cervino” dove presto riceve l’ordine di partire per la campagna di Russia.

 

Dalla corrispondenza con la sorella Margherita:

 

Aosta, 10 Aprile 1942

“[…] Carissima sorella, giorni fa ti ho scritto che non c’era nessun ordine di partire e infatti era la verità, ma sai che le cose quando meno si aspettano più presto arrivano e infatti ieri è arrivato l’ordine di partire subito per la Russia. […]

Partiamo domani quindi ti prego di vero cuore di non sagrinarti e di fare un po’ di coraggio alla mamma che, sono sicuro, si sagrinerà molto. Ma per circa due mesi pericoli non ce ne sono perché dobbiamo viaggiare 40 o 50 giorni sul treno e qui pericoli non ce ne sono. […]”

 

Dalla prima lettera spedita dalla Russia:

 

Russia, 11 Maggio 1942

“[…] per ora sto bene, mi trovo ancora distante dal fronte, ma ci avviciniamo […]”

 

Russia, 13 Giugno 1942

“[…] ci troviamo ancora distanti dal fronte e stiamo abbastanza tranquilli…Speriamo che qui in Russia tutto abbia presto termine e potremo ritornare nella Bella Italia Vittoriosi!”

 

Russia, 29 Giugno 1942 (come si può notare, il luogo da cui era stata spedita la lettera è stato cancellato con inchiostro nero dal Comando Militare)

“[…] Siamo molto distanti dal fronte, ci troviamo nei dintorni di Stalino (?) quindi vedete che il fronte è molto distante da noi.

 

In questa lettera, inoltre, Giuseppe chiede notizie del cognato, anche lui impegnato nella guerra in Africa e scrive:

“Quando mi scriverete datemi notizie di Giuseppe perché è da un mese che non ho più sue notizie ma spero che lui pure si trovi bene e che metta in fuga gli Inglesi come noi qui si mette in fuga i Russi!”

 

                               

 

 

Dall’ultima lettera di Giuseppe pervenuta alla famiglia:

 

Russia, 5 Gennaio 1943

“[…] ringraziando il buon Dio, mi trovo ancora in buona salute…

Ieri mi sono trovato con Deglio Caligaris e siamo stati tutto il giorno insieme. Anche lui sta bene. […] Cari, per ora non mi rimane che dirvi di stare sempre bene e allegri e di non pensare a me perché per ora non mi manca nulla […]”

 

Anche il soldato citato in quest’ ultima lettera non farà più ritorno a casa.

 

 

Dopo ben cinque mesi di silenzio, verso la fine del Maggio 1943, la famiglia, già preoccupata per l’assenza di notizie, riceve questo terribile comunicato.

 

“Aosta, 11 Maggio 1943

Egr. Sig.

Sono spiacente di dovervi comunicare che vostro figlio Giuseppe è stato dato disperso in data 16 gennaio 1943 perché dopo tali combattimenti non è stato più reperibile. Spero sia prigioniero e possa un giorno tornare a voi.

Comprendo perfettamente il vostro dolore che è quello di tutti gli alpini del Cervino per la perdita di un camerata valoroso.

Vi invio i miei auguri e il mio saluto.”

 

 

 

 

Poi, solo il silenzio e la rabbia di non aver mai saputo la fine di Giuseppe.

 

Non aveva ancora compiuto 22 anni.