Scuola Media Statale “A.
Bellone”
Costigliole d’Asti


CLASSE III A
Anno scolastico 2004-2005
Insegnanti: Saglietti Angela – Lacqua Daniela
– Ferro Loredana
INTRODUZIONE
Quest’anno
noi alunni di III A abbiamo studiato la storia
del ‘900 cercando di “andare oltre” le
vicende esposte nel libro di testo: per quanto siano ben spiegate, infatti,
esse risultano sempre troppo aride e non riescono a dar ragione dei drammi
individuali e collettivi che certi avvenimenti hanno provocato.
La
storia è fatta di gente che ha vissuto, sofferto e spesso subito le conseguenze
delle decisioni politiche prese dal proprio Paese,
perciò noi abbiamo rivolto la nostra attenzione ai singoli esseri umani calati dentro
le vicende storiche, per comprendere le loro reali vicissitudini e tutta la
drammaticità della loro esperienza.
Ci
siamo interessati alle storie di chi è vissuto prima di noi, protagonista e
testimone degli avvenimenti spesso funesti che hanno caratterizzato il ‘900; abbiamo letto vari libri che raccontano questi
drammi, a partire da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” fino a “Il
sergente nella neve” o “Se questo è un uomo”, ma abbiamo anche esaminato delle
testimonianze inedite, provenienti dagli “archivi familiari” di compagni ed
insegnanti.
Una
bella scoperta è stata il diario del bisnonno di un nostro compagno, che
racconta la sua esperienza di cuciniere e portaferiti nella 1ª Guerra
Mondiale: decifrando con pazienza la sua minuta grafia, siamo stati
trasportati piano piano insieme a
lui, quasi rivivendo “lo spavento e lo scoppiacuore”
di certe situazioni al fronte.

Grande
tristezza hanno poi suscitato in noi le lettere dello zio di una nostra
insegnante, spedite dal fronte russo dove egli combatteva nel Battaglione “Monte Cervino”.
Non
ha più fatto ritorno, e l’ultima cartolina che la famiglia ha ricevuto dalla
Russia è stata una breve comunicazione del Comando Militare: “Risulta disperso dal….gennaio…”
Grazie
ad alcune testimonianze di nonni e zii che hanno vissuto i “rastrellamenti “
tedeschi e l’esperienza partigiana abbiamo,
inoltre, potuto conoscere quel periodo
in modo più realistico e completo.
Una
toccante esperienza, infine, è stata l’aver incontrato Natale Pia, che è
venuto a parlarci di ciò che ha vissuto in Russia durante la terribile ritirata
e, successivamente, nel lager di Mauthausen,
dove era prigioniero dei tedeschi.
La sua testimonianza, ( resa possibile grazie alla
collaborazione di Nicoletta Fasano e Mario Renosio dell’”Istituto per
Con
questo nostro lavoro vogliamo perciò raccogliere insieme le varie testimonianze
che ci hanno permesso di acquisire maggior consapevolezza del nostro passato,
per “dare voce” a chi ha sofferto, e pagato in prima persona, affinchè ne resti la testimonianza e il ricordo.
“Abbiamo
il dovere di ricordare,abbiamo il dovere di far
conoscere queste cose ai giovani, perchè non le facciano succedere mai più.” (N.Pia)
Dal Diario Di Giuseppe
Solaro:
Giuseppe Solaro
Classe 1891 - 1° Categoria
Distretto Militare di Casale
Monferrato – Numero di Matricola 30555

E’ il bisnonno del nostro
compagno Gianluca (che è lo scopritore del piccolo taccuino dove Giuseppe,
tornato dalla guerra, aveva voluto fissare le esperienze vissute); certamente
tali esperienze erano così vive nella sua memoria da
fare ormai parte della sua vita, e da fargli desiderare che non andassero
perdute.
Dopo aver decifrato le
fittissime pagine, scritte in bella grafia con pennino e inchiostro, noi ne abbiamo qui riportato la parte centrale; abbiamo
mantenuto la punteggiatura, “alleggerendo” talvolta alcune parti per renderle
più chiaramente interpretabili.
E’ stata davvero una grande emozione rivivere attraverso le memorie di questo
nostro lontano compaesano i momenti durissimi dei combattimenti nei pressi
dell’Isonzo, con le fatiche, le paure, le tragedie vissute dai soldati: ci è
sembrato di essere là, “sotto il tremendo fuoco della mitraglia”.
La 1^ guerra mondiale ora
per noi non è più soltanto un capitolo sul libro di storia, ma la sentiamo
molto più vicina : tragica ed assurda come tutte le
guerre.
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie
(G.Ungaretti)
“QUAL VITA SI FACEVA PER UN PO' DI
RANCIO!”
Vi
dico che per cucinare si doveva andare in cerca d'acqua attraverso i monti in
mezzo alle boscaglie, e trabalzare su e giù in quei dirupi, e in due portare
una marmitta da campo: ci volevano degli sforzi perchè arrivavano dei punti
dove era facile sbagliare il passo e cascare giù, e si doveva tornare indietro
per prendere di nuovo il poco d'acqua disgraziatamente sparsa.
Più
volte, giunti al nostro accampamento coll'acqua, si
vedeva mancare la legna. Si dà un giro intorno, si vede tutto bruciato dalla
mitraglia, come si fa?
Eppure
il rancio bisogna farlo! E si riprende il cammino
verso dove? Dove la mitraglia non ha ancora distrutto, e si va in avanti, a
destra, a sinistra, di qua, di là... finchè si trova
qualche palo rotto, qualche pianta strappata dai colpi
di cannone, e quante volte tornare indietro credendo di averne abbastanza, ma
ne manca un bel terzo, e così bisogna ritornare in cerca non più uno solo, ma
in due per poterne più facilmente trovare.
Un
giorno, il 21 giugno, andavo in cerca di legna in compagnia di un certo Grasso
Pietro.
Dopo
un po' di cammino non si trovava niente e lui voleva tornare tosto
indietro senza legna.
Gli
gridai per quella insana domanda, perciò dissi di
continuare il cammino finchè non ne avessimo trovata.
Finalmente vediamo un bel villino non ancora guasto. Nella villa c'è un bel
vigneto e, circondati dalla stessa rete di ferro, villa e vigneto.
Facciamo
per saltare la reticella con tutti gli sforzi, abbiamo portato di là e raccolto
uno dei pali della vite, ma non era ancora abbastanza.
Ecco che arriva un colpo di cannone a poca
distanza da me che ero nella vigna, in un punto che il compagno mio non mi
vedeva ed era fuori dalla rete.
Sentito
questo gran colpo vicino così, si è spaventato ed è svenuto, anche per la paura
che io fossi rimasto ferito dal colpo.
Insomma,
invece di aspettare in gamba la legna che gli porgevo
appena di là della rete di ferro, che io ero al di dentro come è già noto, mi
sono dovuto passare la legna da me stesso sopra la rete e poi, invece di
aiutarmi a portare la legna, lui non poteva nemmeno stare in piedi: con questo
ho dovuto portare tutta la legna in spalla e tenere in spalla anche il suo
braccio, del resto non stava in piedi.
Avvenne
che un altro colpo arrivò poco distante da noi e il
compagno, senza ferite e senza contusioni, casca a terra dalla scossa del colpo
e anche dallo spavento.
Con
ciò non potevo più portare tutto insieme e ho dovuto lasciarlo dietro: andare
con la legna e poi venirlo a prendere dopo, perchè i compagni di cucina già ci
davano perduti tutti e due.
Dopo
un po' di cammino finalmente vedo tosto l'accampamento e mi son
fatto un po' di coraggio perchè mi ero molto stancato dopo il lungo cammino,
col cuore palpitante dalla paura.
Perciò
mi feci forza e coraggio, non mi lasciai perdere di spirito e camminai per il
resto del viaggio che mi rimaneva da fare; giunto al
posto mi sento chiamare e mi domandano come mai ero solo.
Risposi
che il compagno era dietro e poi ritornavo a prenderlo, e mentre la legna viene fatta a pezzi per cucinare, tosto giunge la truppa e
gli ufficiali per vedere se il rancio era pronto.
Era
ancora da far cuocere, e la compagnia comincia a
lamentarsi per la fame e gli ufficiali gridano anche loro di questi ritardi, e
bisogna raccontar loro il perchè è impossibile... Intanto, dopo qualche sgridata, al posto di
ristorarsi e riposarsi, già bisogna tornare indietro per prendere il compagno
abbandonato, che avevo insieme.
Veramente,
questo rimane a dire: da vero compagno, avrei dovuto prima portare via il
compagno, e poi ritornare a prendere la legna, raccolta con tanta fatica:ma era sicuro che quando ritornavo a prenderla non vi era piu', e con questo la faccenda rimaneva piu'
grave.
Ritornai
dopo, a prendere il compagno; era ancora dove l'avevo lasciato, e non aveva
raccolto nessuna delle sue forze per alzarsi in piedi. Dovevo prenderlo in
braccio e riportarlo all'accampamento: potete immaginare quale vita si faceva
per fare un po' di rancio!
Passano un po' di giorni, poi ho messo l'attrezzatura e le marmitte nelle loro
rispettive casse per partire, per
Ci
ha scoperto un aereoplano, perche'
eravamo in un punto da cui nessuno ci poteva vedere da
terra, e in quel momento in cui si era appena fatta sera da qualche ora. Si son messi a tirare in quel punto
che pareva all'inferno, ma veramente cercavano di colpire piu'
che potevano noi truppa, sì, ma c'era un deposito di munizioni vale a dire una
colonna di carri carichi una cinquantina di metri vicino a noi. Per fortuna i
colpi cascano da tutti i punti, ma ne' noi ne' la
colonna non fummo colpiti e quella sera
la passammo in mezzo allo spavento. Partenza: erano pronti i cavalli attaccati
alle carrette, all'ambulanza e ai carri di sanita',
ai carri farmaceutici. Avvenne che il carro di sanità affondò con le ruote in un punto debole e hanno preso due cavalli da un
altro carro per tirarlo fuori, e poi il giorno seguente si scopri' che li avevano presi da quello su cui c'era la
cucina caricata sopra. E io che avevo tanta premura di
andare via da quel posto che pareva piu' colpito
degli altri! Distaccando i cavalli dal carro, abbandonarlo non si poteva, e
abbiamo dovuto esser gli ultimi ad andare via.
Giunti al partire, siamo passati da S.Martino, e via nella notte: non
si vedeva piu' niente dove si passava; era buio
nuvoloso scuro e non si vedeva niente intorno a noi, solo un po' di biancastro
sulla sinistra e un po' nero della scurita' della
notte che era il posto di boscaglia rimasto in mezzo al precipizio di destra,
per noi che andavamo giu' verso Plava; non si vedeva perche' era molto scuro, ma si sentiva nel rumore
l'eco della valle che rispondeva; e in
certi punti ci mancava anche un po' il parapetto che si vedeva camminando
proprio vicino, si vedeva appena.
Finalmente
dopo circa tre o quattro ore di cammino sempre in silenzio, si sentiva qualche
passo di mulo che veniva su piano piano e andando se
ne vedono altri: era la colonna mulattiera che tornava da portare i viveri ai
soldati avanzati e venivano su esausti, stanchi dalla lunga tattica di notte,
nessun chiaro per vedere dove si mettevano i piedi.
Per
non prendere a calci i sassi, si sentiva brontolare l'uno l'altro a bassa voce
per non farsi sentire dal nemico. Infatti si camminava
meglio in silenzio.
“SI CAPIVA PIU’
NIENTE DEL MONDO IN QUEL MOMENTO”
Io
per compagno non ero solo perche' il mio vero
compagno di sventura era un certo Torta Ettore, che
era iscritto ciclista in sezione, e quando era il trasloco da un posto
all'altro eravamo sempre insieme possibilmente; andando giu'
per quella strada che era molto in
discesa, si dovevano frenare i carri a tutto freno per non andare chissà
dove, perchè non si vedeva.
.Ed
ecco che il nemico ci sente, con quel rumore, che eravamo già molto vicini:
eravamo già nella vallata che andava verso l’Isonzo e rimanevano qualche cinque
o sei chilometri per arrivare a Plava.I
carri erano dietro ai tre camion, ( erano pure con la nostra sezione, i camion)
che senza far rumore andavano tranquilli con sopra tutti gli ufficiali e sottoufficiali, perché
avevano chiuso il motore e se la sono passata liscia.
Se
io l’avessi saputo andavo anch’io, ma non me lo
immaginavo del pericolo che si presentava e ho dovuto rimanere indietro di
tutti i carri, anche del nostro, perché dal rumore sentito i nemici si sono
messi a fare fuoco infernale che non si capiva più niente del mondo in quel
momento, e si sentivano le pallottole fischiare in grande abbondanza.
Ci
siamo fermati tutti per non fare più rumore e per farli calmare un poco, ma
tosto ci siamo
messi in cammino, un’altra sfilata senza interruzione.
Ci
dovemmo gettare a terra, così c’era quel poco di parapetto che poteva fare un
po’ di riparo; in principio pareva che non sapessero tirare, ma nel secondo
rumore ci hanno presi di mira che erano cose serie;
fortunatamente quel poco di parapetto dello stradale che nella prima vista
sembrava meschino, serviva molto bene; ci siamo fermati circa mezz’ ora, poi
riprese il cammino.Ma appena il nemico non ci poteva più prendere di mira,
perché più si camminava e più ci si avvicinava al nemico ,(
noi andavamo fiancheggiando l’ Isonzo, il nemico era sull’ ultimo terzo della
facciata che guardava l’ Isonzo dal monte), credendo i comandanti di poter
proseguire coi loro carri verso sempre
alla buona ventura, invece non ancora fatto di strada cento metri,ricominciava
il nuovo disturbo sempre più infernale perchè si sentivano più vicini
Coraggiosamente
vollero proseguire lo stesso proprio con quella faccenda come vi era, ma ecco
che ci dovemmo fermare per forza, tutto ad un tratto.
Essendo
dietro non vedevo, ma sentivo più rumore del solito; domandare che cosa vi era
non si poteva perché eravamo un po’ indietro, e andare vicino non conveniva
perché eravamo un po’ al riparo noi dietro a quel parapetto .Stemmo
ancora un quarto d’ora e poi, dopo qualche minuto, sono partiti giungendo quasi
in pianura; si fermava tosto tutto, vi era ancora un po’ di discesa
ma quello era
utile perché serviva a spingere i cavalli, che non si sentivano più di tirare
dopo tanto cammino stanchi come erano. E dopo aver
sentito quel poco di rumore che andava allontanandosi, anche noi ci siamo
decisi di lasciare il nostro riparo che ci aveva già servito così bene e ci
rincresceva non poco, ma bisognava andare per tutte le ragioni più importanti
da veri soldati.
“COL PIEDE HO PICCHIATO CONTRO UN VOLUME
GROSSO…”
Dunque andando giù sempre con la solita
oscurità e ancor di più che c’era il bosco un po’ più a destra, alto a fianco
della strada, non mai vista così scura, senza veder nemmeno il terreno dove si
mettevano i piedi, ero sempre a fianco del mio compagno: lui, il già detto
ciclista, poverino non si sentiva bene di salute perciò la bicicletta, invece
di servirsene per andarci sopra o condurla lui con le proprie mani, la tenevo
io a mano, e camminavo con la bicicletta dalla mano destra e con la sinistra
avevo lui per braccio, andando e discorrendo di chissà che avventure che
potevano avvenire, ma sempre individualmente uno per confortare l’altro per non
trovare tanto disastrosa la via notturna presente, non badando tanto al nostro
percorso, sempre tutti e due uniti.
Ad
un tratto si vede un po’ più scuro per la via e credendo fosse un bagnato
qualsiasi non abbiamo fatto attenzione; continuò il nostro lento passo, finché
col piede ho picchiato contro un volume grosso e abbiamo poi visto che
era un cavallo ucciso pochi momenti prima perché era ancor caldo, e abbiamo
subito sospettato che fosse un cavallo della nostra Sezione di sanità perché
era voltato con la testa verso dove andavano i nostri; era ancora caldo, e in quella
notte il caldo non poteva durare molto, perché faceva freddo.
“IL NEMICO IN TUTTA
“ERANO COSE DI SPAVENTO E DI SCOPPIA
CUORE”
Sono
andato su sino in cima, e ho caricato un ferito dei più bisognosi per
ritornare, ma erano cose di spavento e di scoppia
cuore nel vedere tanti feriti giacenti sul terreno e tutti volevano essere
presi, tutto un lamento straziante e in mezzo a quelle onde di ogni cose
indimenticabili, chi voleva stare lì a studiare? Si prende e si tira via il più
presto possibile. Nel venir giù, che era discesa, era
scuro: il suolo era bagnato dalla pioggia, si scivolava giù, si rotolava, non
si vedeva dove si camminava: solo nell’istante dei bagliori dello scoppio delle
bombe. Poi disorientati ci si imbatteva entro qualche
fusto di piante rimasto, o si picchiava con le mani scorticate che fanno
sangue.
Buio
che non si vede dove si va, e quando si vede allo splendore delle bombe e dei sraphel e delle pallottole che
picchiano nei sassi e fanno fuoco, allora si ha lo spavento di essere colpiti. E così fra buio e chiaro di fuoco, alla bella maniera si
viene in fondo del monte.
Ma
ecco un altro ostacolo: gira di qua, girà di là non si trovava più il ponte di
cui ci siamo serviti per andar di là e non si vedeva nessuno più; non si
trovava il ponte, e siamo tornati indietro in cerca di qualcuno che ci insegnasse dove era.
Domandato ad un soldato colà, ci ha detto che
un’ora prima era stato distrutto dal nemico, e noi con la nostra barella e
ferito ci siamo messi in cerca di qualche altro mezzo per passare su quella
forte corrente d’acqua.
E come fare? Abbiamo
sentito a bassa voce che un soldato del secondo genio aveva scoperto una specie
di passaggio segreto, ma non si sapeva il punto preciso: si era sicuri che era due chilometri giù
o su dal punto in cui eravamo noi. Abbiamo deciso di deporre il ferito a terra,
e la barella usarla a cercare quel segreto passaggio indicato in quel tratto di
due chilometri
Dopo tante ricerche con quella barella,
sempre a farla strisciare sulla riva dell’Isonzo e noi camminando sempre appena
sulla sponda per trovare
qualche cosa sull’acqua o a fior
d’acqua,
abbiamo poi toccato un pezzo resistente che appena si poteva toccare con tutta
la lunghezza della barella.
Cosa si fa dopo aver
toccato? Non accertarsi di che si trattava era inutile.
Per
passare era utile sporgersi di più, perciò sempre collo stesso pericolo mi sono tenuto con la stessa barella che il mio compagno teneva
forte tutto il suo possibile e mi sono lasciato andar giù fin a toccare il duro
nell’ acqua, dove si passava; era appunto il passaggio segreto sopra indicato.
Era
una fianca appena larga
Era
una cosa straordinaria passare sopra senza sapere se si arrivava sino all’altra
riva.
Eppure
bisogna sbrigarsi; ci siamo recati a prendere il malato già quasi belle
svenuto, dalla gran perdita di sangue, ce lo siamo
preso sulla barella per venir via ma era mica più solo, ce n’erano già molti
altri là, perché gli altri portaferiti non trovando il ponte lasciavano il
ferito a terra e poi pensavano di trovare rifugio e nascondersi.
Noi abbiamo perso il nostro ferito e camminato
verso la fianca trovata sott’acqua.
Non
c‘era da fidarsi a passare con il ferito sulla barella, periò
un soldato si è preso il ferito in spalla e un altro la barella, e in avanti
toccare la via per non sbagliare il punto giusto della direzione della fianca.
Io
con la barella avanti e l’altro di dietro, il mio compagno è caduto con un
piede ed è andato giù con una gamba;fortuna che si è
tenuto forte e non si è lasciato tirare via dalla corrente d’ acqua e dovevo
aiutarlo ad alzarsi, ma ecco un altro ostacolo: dovevo tenere la barella,
altrimenti sarebbe caduta, eppure feci tanti sforzi ma invano. Se non volevo
abbandonare la guida dovevo abbandonar il compagno
ferito gravissimo, e lasciare la mano che impugnava la barella per far forza
agli altri, ma mentre aiutavo quei poveretti ero anch’io in equilibrio. Facendo
lo sforzo, mi sento un colpo alle gambe che tosto mi butta giù dalla fianca; era un pezzo di trave che i nostri soldati,
disfacendo il ponte frantumato, avevano lasciato.Ma
con questo mi sono tenuto su, ho fatto forza e ci siamo tirati su tutti;
bisognava andare adagio con i piedi toccando e andando alla bella meglio, finchè siamo giunti alla riva.
Sembra tanto largo nel dire in questo scritto,
ma si camminava al buio e su un passaggio stretto e mezzo metro sotto l’acqua. Alla
fine siamo giunti al posto in sezione a Plava
“E DI NUOVO IN CUCINA A FARE IL
CAFFE’ PER
Intanto
si vedeva già chiaro e io, sempre in cucina, dovevo prepararmi a fare il caffè
per la truppa e per gli altri che ci portavano feriti. E si mettevano per
scaricare la cucina e gli attrezzi, ma non si sapeva dove piazzarla; girando
abbiamo visto un piccolo rifugio dietro un po’ di roccia, era una forma di
gola, quando pioveva era anche torrente.
Ci
siamo messi lì per due giorni e in due giorni ha sempre piovuto dirottamente che non si poteva fare il rancio, anche sotto
la tenda, dalla grande corrente che vi era.
[…] per
rifugiarsi, e vi era pure un piccolo portico che serviva a noi bene per
ripararci dalla incessante pioggia.
Quel
portico era solo coperto con sottili asticelle e erano
anche un pochettino staccate per le intemperie. Erano
state messe le marmitte sotto, tutto a posto per appiccarci il fuoco, ma c’era
un’altra cosa: che non si poteva accendere, vi era l’acqua sotto quel portico,
che bagnava la
legna e la carta e non si procedeva. Si dovette alzare tutto e metterci
dell’altro sotto; abbiamo disfatto un riparo che c’era
intorno ad un orto per farne un tratto di pezzi di legno da mettere le marmitte
sopra. Si avvicinava tosto alla sera che ancora si doveva fare cuocere la carne e ci
dovevamo sbrigare mentre c’era un po’ di luce, perché appena notte il fuoco si
vedeva molto e faceva ben bersaglio: per questo si aveva molta premura. E non c’era legna asciutta e si dovette tribolare a rompere
qualche mobilio rotto per fare quel po’ di mangiare.
Avvenne un assalto e c’erano molti feriti da portare, e si dovette
aspettare col rancio sino alle ore 12, poi fare la razione. C’era di nuovo la furia del fuoco e i miei
compagni non avevano più sparato e non erano più buoni a niente: anzi, dovetti
fare tutta la distribuzione fino verso all’una e mezza di notte, poi rimettermi
per fare il caffè.
Sempre fare questa vita, e si doveva andar a prendere l’acqua da
cucinare nell’Isonzo.
Che acqua che si doveva adoperare! Anche
per lavarsi i panni, la biancheria. Finché, verso la fine del mese di giugno,
mentre il secondo Genio stava preparando per fare un grosso ponte in questa
sopra indicata acqua, i nemici si mettono a battere sul ponte semi finito, finché ci è stato
ponte e sezione distrutti completamente:
in quel giorno rimasero dei nostri tre morti e tre feriti, questo è
successo al mattino del 29 giugno 1915 .
Non
avevo ancora fatto il caffè ma erano circa cinque
minuti che ero alzato, (si dormiva appena qualche ora al mattino) e, mi sono
alzato quasi l’ultimo e mi sono messo a cucinare sotto quel porticato tutto
piovente.
Quella
mattina volevo aggiustare bene quel tetto perché non
piovesse addosso, e son salito sopra quel piccolo
tetto per mettere tre teli da tenda.
Il
portico era appena su quattro pali e pareva che volesse cadere a tutti i
movimenti che facevo.
Mentre
prendevo le tele, tranquillo e a sangue freddo, gli altri parte
in cortile e parte alle finestre guardano il mio lavoro e ridono del mio
spirito.
Mentre
ero curvo che mettevo un telo, sento un grido straziante: alzo gli occhi e vedo
uno alla finestra con la testa a penzoloni, tutto a sangue che grandinava giù
per il muro e altri spasimi.
Fuggo
giù, vado al riparo e sento altri colpi che arrivavano in pieno tetto che hanno
rotto tutto, e mentre io son fuggito dalla casa,
scappando mi tocca passare sotto una porta che c’era quel
tale con la testa sfracellata che perdeva gran quantità di sangue: dovetti
passare sotto quel getto di sangue del mio compagno, e son
fuggito su per andare dove mi pareva che si fosse più ben al riparo.
Ho
pensato di recarmi dove eravamo prima, alla cucina in
mezzo a due rocce, ma prima si doveva passare allo scoperto e mi tirano ben più
di un colpo davanti per farmi fermare.
Passata quella furia… Arriva
un altro colpo dietro di me, mi reco dietro le rocce con altri soldati e il
nemico ci vedeva molto bene; si mise a tirare in quel luogo senza interruzione,
e pareva fuor di testa sprecare tante munizioni per tre soldati.
Siamo
stati rannicchiati dietro a quella roccia per circa tre ore, aspettando l’aiuto
delle nostre batterie, e dopo un po’ si sentono le nostre artiglierie: tanto il
nostro cuore si consolò!
Approfittando
di quel momento siamo usciti da quel rifugio, che fino
a quel punto ci aveva giovato molto.
Andiamo
giù per recarci dalla casa sezionata da noi.
Entrando
nell’aia si vedono tre barelle nelle quali riconobbi i nostri compagni; vado
giù, vedo tutti che lavorano a portar via la roba, tutta quanta.
Seppi
che c’era l’ordine di sgomberare quella casa, mi fece
molta impressione.
Eppure
l’ordine c’era; mi diedi un giro intorno, quasi per ritornare nel rifugio: ma
non era da buon soldato.
E
vedendo che si trattava di portar via tutta la cucina e la roba nostra, ossia
il corredo, andai a prendere lo zaino e le coperte che
vi erano sul solaio.
Appena
salito sopra, non ancora metà scala, tosto ne vedo uno
tutto agonizzante che chiedeva aiuto…
Vado
fin sopra, ma camminando per quel tratto dovetti mettere i piedi nel sangue dei
miei compagni e sono salito sul solaio dove avevo visto un vero lago di sangue da tutte le
parti.
Si vedeva sangue sparso, ma io a sangue
freddo prendo il mio zaino e coperte tutto insanguinato e porto via tutto.
Giunto alla stazione dove erano tutti, ci siamo fermati un poco
per aspettare gli altri, vedendo che erano tosto le ore 11 del giorno 29
giugno.
I compagni sentivano fame e mi sono deciso che si doveva andare a
prendere il rancio per distribuirlo. Avverto il caporale di cucina perché venga
con noi ad aiutarci, ma lui mi risponde che era troppo pericoloso uscire dal riparo.
Io gli dissi che, se era pericolo uscire mentre i nostri cannoneggiavano a gran furia, non
saprei quando fosse meno pericolo e gli feci ancora coraggio di andare,
dicendogli che la compagnia aveva appetito. Lui non volle saperne di uscire dal
riparo, dicendo che non era prudenza uscire in quel combattimento. Io gli
spiegai per la terza volta che, mentre i nostri tiravano, i nemici erano
nascosti per non essere scoperti e potevamo fare tutto senza che nessuno ci
sparasse. C’erano circa
Sentendo l’idea che aveva,
io cominciai a sentire il pericolo molto grande e, guardandomi intorno, a
vedere tanti poverini una parte già giacenti al suolo e un’altra sulle barelle
tutti insanguinati, incominciavo a sentire un po’ di calore e di sudore freddo.
Dopo circa mezz’ora, i nostri fanno silenzio e il nemico si sta
preparando a gran furia per poter prendere i nostri artiglieri.
Ecco che il furbo caporale sente tutto silenzio e si fa fuori per
andare a prendere la roba, cioè carne, pane e brodo.
Incominciava l’artiglieria nemica a sparare, e non si fidava nessuno ad uscire.
Ma mi chiede di uscire dal riparo, vale a dire andare via da dietro il
caseggiato della stazione dove vi era il comando, cioè
il generale Aliardi.
Mi dice: “Andiamo a prendere tutto così poi stiamo qui”, e io
vedendo avvicinarsi il pericolo incominciavo a
impallidire; non era perché avessi tanta paura, perché ero sempre io a fare
cucina quando eravamo sotto il porticato e i colpi picchiavano tanto davanti
quanto dietro incontro alla roccia: non mi son mai
preso paura e invece i miei compagni erano sempre tutti palpitanti e impauriti.
Io ero quasi sempre solo e tante volte i colpi
picchiavano vicino e battevano dei pezzi dentro la marmitta talmente grossi che
li tiravo fuori col mestolo, eppure sono mai fuggito, sempre stato a sangue
freddo, e ero lodato dal capitano medico quando veniva a saggiare il rancio
della compagnia e lo trovava sempre ben fatto e giusto in tutto, e mi lodava
pure per il mio coraggio perché mi vedeva sempre da solo a custodire il lavoro
di cucinamento.
Ma quel momento mi sono
lasciato prendere da una grande rabbia per non vedere
ascoltata la mia ragione, e di dover andare in pericolo quando vi era il mezzo
per poterlo evitare. Io gli dissi che mi rincresceva ora andarci.
MA
A DIRE DI NO NON SI POTEVA: GUAI! LUI A ME SI’, PERCHE’ ERO UN POVERO SOLDATO, MA IO A
LUI GUAI. Dunque io, anche con
puntiglio, ho dovuto seguire quelle sciocchezze .
Pazienza, mi sono rassegnato. Erano vane le mie parole di consiglio e dovetti
seguire il cammino, perché quel momento era tutto di paura. Andare avanti era pericoloso, tutta quella grande stazione era tutta piena
di feriti.
“IN UNA TERRIBILE ANGOSCIA MI SONO
TROVATO TUTTO SANGUINANTE...”
Tre sono andati prima, cioè
il Caporale e due cucinieri, e io quattro passi
indietro.
Non ancora fatto
Prima; dunque feci uno sforzo e andando e strisciando
per terra, feci qualche
Dunque mi è venuto uno svenimento per la grande perdita di sangue tanto dalla testa quanto dalla
gamba sinistra, e non vedevo più tanto. Ma subito mi son
venuti incontro dei compagni che mi amavano molto, mi hanno
sollevato e portato in sala di medicazione dove vi era anche il generale già
detto, che mi ha ritirato da terra quasi svenuto, e il soldato Cardi dei
dintorni d’Asti, il Caporal Maggiore Dusio molto conosciuto e buono, dei migliori, il Caporal Maggiore Rosso Giuseppe e tanti altri compagni,
perché mi amavano tutti e anche io loro.
C’era il cappellano che mi fece molto coraggio, e i
compagni di cucina, e mentre il dottore cioè il
Tenente mi medicava la testa, il
cappellano mi taglia i calzoni e le mutande per medicarmi pure la gamba e
mentre mi medica l’altro ha quasi finito di levarmi la tagliata parte dei
calzoni. In mezzo a tanta truppa che mi circonda per vedermi meglio, io son svenuto di nuovo e il cappellano mi tiene
su la testa e il Tenente tiene un po’ di garza sulla ferita della gamba,
ma non me la fascia.
Stavo malissimo, ma la sensibilità l’avevo ancora e
come un sonno profondo non sento più niente e non vedo
più niente.
Dopo cinque
minuti mi sento toccare in seno, ma credevo di sognare, non potevo
scuotermi e poi in un altro momento mi sento toccare di nuovo la pelle in seno
e non potevo destarmi. Tanti soldati miei compagni di cucina, e tutti gli
ufficiali, il cappellano, il sergente e tre Cap. Maggiori, tutta la stanza
piena , tutti a guardare me; io sentivo il cappellano che diceva “O
poverino,tanto buono” e gli altri confermavano .
Ad un tratto sento un dolore alla testa forte da
farmi tremare tutto, un altro alla gamba quasi lo stesso che mi aveva scosso tutto.
Dopo queste scosse sento uno
scoppio di piangere, non di uno ma di parecchi, e il cappellano
diceva che c’ero ancora ma loro piangevano lo stesso e io sentivo toccarmi e
sentivo parlare forte e non potevo destarmi da quel gran sonno.
Avvenne che una terza volta mi toccano
in seno e poi sento dire “Prendi il portafoglio” .
Io mi sono spuntato forte per destarmi da quel gran
duro sonno e finalmente posso allargare gli occhi, e vedo tutti così e mi metto a piangere dalla commozione, ma sento che tutti mi
fanno coraggio e ne vedo a piangere di gioia.
Dopo mi vedo mettere il portafoglio in tasca e mi
dicono se li conoscevo; infine fissavo più bene e vedevo che tutti erano in
faccende per me, e chi ha preso lo zaino, chi la mantellina; prendono la
barella per mettermi sopra, ma io avevo paura che mi facessero
fare la vita di tanti: stare dei giorni in barella così legato e dissi la prima parola che ho potuto
pronunciare: “Dove mi mettete adesso?” e il Cap. Maggiore Dusio
d’Asti mi disse “Vai, fatti coraggio che fra due giorni sarai in Italia”
Mi
presero e mi sento messo in barella e messo
sull’automobile.
Salutati tutti, siamo partiti per la via più comoda
che era lungo l’Isonzo.
Eravamo io e un certo Beltrando di Spinetto Alessandria e lungo quel percorso, benché colle
bandiere della Croce rossa e benché camminiam con
Il
camion sempre camminava a tutta velocità per fuggire dai pericoli. Nel trabalzare della vettura c’erano molti
solchi per l’acqua, il carro faceva dei salti e con questo succede che si ruppe
la barella: quello sopra gridava, quello sotto ancora di più di fermare, ma non
han voluto perché ci tiravano sempre di continuo e abbiamo seguito
il viaggio, sino che si è trovato un ospedaletto da
campo n. 16.
Ci
hanno scaricati e messo sotto la tenda fino al giorno
dopo, non ci hanno dato niente e nemmeno medicato; al domani ci fanno la medicazione e ci
tolgono pantaloni e mutande del tutto,
camicia e gilet, e cominciavo a tremare.
Mi
hanno nudiato proprio nudo, su quel tavolo dopo hanno
messo su un pagliericcio
e stetti sino al giorno dopo che era il 1° luglio 1915.
Dovevo
partire solo
vestito dalla metà in su; finalmente mi diedero una coperta, ma era appena da
non colare: era proprio bagnata e dovevo coprirmi testa, gambe e vita con
quella coperta, e partire sul camion sino a Udine e avevo anche la mantellina,
ma me l’hanno presa all’ospedale. Dunque l’ora di partire era verso le quattro e non prima.
Preso
il camion, passare
per quelle strade tutto fasciato e mezzo svestito facevo proprio pietà in mezzo
a quella gente: donne, vecchi e ragazzi ragazze, tutti guardavano e fra i
tanti, mi dicevano il più ferito.
Camminato
in camion nella notte arrivammo a Cormons. Là hanno
detto che non ci accettavano e proseguito sino a Udine, dove siamo giunti all’una del 2 luglio
1915.
Stetti
sino al giorno dopo, poi mi hanno medicato dicendomi “Poverino
sei tutto tempestato” e che avevo preso un colpo da star…, ma via, mi hanno
portato al letto e ordinato il vitto: un litro di latte, due uova e due
minestrine.
Io
non ho voluto niente, finchè è venuta la suora a portarmi il
latte e mi ha fatto bere un litro di
latte e caffè caldo, dicendo che se no morivo in due giorni, perché erano già
sei giorni che assaggiavo proprio niente.
Dopo
sono partito alle quattro di sera del giorno 9 per Venezia, dove stetti per qualche giorno. Mi medicavano senza badare;
avvenne un giorno il 20 luglio 1915 che vado per farmi
medicare e mi sento far male la fasciatura: mi hanno detto che era troppo
tirata e dopo due giorni scopersi che
era il fuori uscito pezzo di scaglia che
era appena sotto un dito di carne. Cioè dopo 19 giorni
essere ferito mi hanno fatto l’operazione per togliermi quella scheggia, e
stetti ancora qualche giorno a letto finchè mi hanno
levato i punti e poi mi hanno aumentato il vitto; mi sono messo in vita, dopo il lungo patire.
“...SON PARTITO PER
Venne
il giorno per mandarci in convalescenza, e non ci volevano mandare : volevano metterci in una infermeria, ossia campo dei
convalescenti, e io feci tante domande finchè me
l’hanno concesso.
Avvenne
che dopo tante suppliche
il capitano del reparto mi ha condotto dal colonnello alla visita
e mi hanno dato 15 giorni di licenza convalescenziaria,
e son partito il 1° agosto 1915 per Alessandria: colà
mi hanno subito fatto la licenza e son partito per la
cara patria casa, che sono giunto il giorno 2 alle cinque di sera agosto.
Arrivai
in improvvisa, e di gran commozione piansi per circa un quarto d’ora senza
poter pronunziar parola; c’era pure la sorella Domenica, tutti dietro
ai lavori delle viti.
“MI SENTIVO UN GRANDE FASTIDIO NEL
CUORE,
E RIPARTII CON
Passai
quei quindici giorni in pace, e poi era ora di andare ad Alessandria.
Son partito la sera del 17 agosto,
dopo salutata la famiglia e i parenti, accompagnato dal padre, fratello e
cognato e tanti altri amici.
All’ospedale
di Alessandria ho trovato tanti altri compagni di
sventura, e ci hanno detto che si poteva partire per il fronte con l’accelerato
delle 10,30…
Io,
vedendo così, chiamai visita e fui mandato all’ospedale S. Chiara, dove rimasi otto giorni e si pativa la fame.
Poi
son partito per accompagnare un carro fino a Bari, e
sono ritornato ad Alessandria il 4 settembre.
Stetti
fino al giorno 12, poi scappai per recarmi a casa a
visitare la famiglia; passai da Costigliole e arrivai alla mezzanotte a S. Anna
da mia sorella, e dopo mi recai a casa accompagnato dal cognato.
Stetti fino a sera, poi dovevo andare.
Mi
sentivo un grande fastidio nel cuore che non potevo
pronunciare una sola parola, e ripartii colla bocca un po’ amara che non ne potevo più.
Schegge
di memoria di…
Natalino Pia, nato nel 1922, reduce dalla campagna di
Russia e dal campo di concentramento di Mauthausen. (nella foto, appena
arruolato)

“Incontrare Natalino Pia è stato un vero
“appuntamento con la storia”.
Ci ha raccontato con semplicità i fatti
più tragici da lui vissuti, senza assumere toni né da vittima né da ”eroe”:
pacatamente, ma con tanta convinzione, ci ha offerto una testimonianza
autentica e dolorosa degli orrori a cui portano le guerre, facendoci
comprendere la necessità di non dimenticare mai quello che è stato.
Ci ha parlato della Russia, quando lui
era autista e faceva parte del reparto munizioni e viveri ( una posizione
abbastanza privilegiata rispetto a chi combatteva direttamente sul fronte). Il
periodo più tragico fu quello della ritirata, in seguito alla quale su
centoquarantaquattro soldati della sua compagnia sono tornati
soltanto in nove.
Quei giorni furono terribili, e dover
lasciar dietro sulla neve tanti compagni è stata
un’esperienza estremamente dolorosa, che non si può più dimenticare.
Dopo l’8 settembre venne catturato durante un
rastrellamento, e dopo un bel “pestaggio” fu mandato al campo di Mauthausen come
oppositore politico, passando prima per il lager di Bolzano.
Natale ci ha spiegato le principali
“leggi” che si
dovevano rispettare nel campo: se non si rendeva e non si lavorava, si veniva
eliminati.
Ci ha descritto la dura giornata che
ogni prigioniero doveva affrontate: sveglia alla cinque, andare ai servizi ma
senza asciugamani, né sapone, né carta igienica… solo con il vestiario
indispensabile,“colazione” con una strana sostanza
simile al caffè, (che aveva l’unico pregio di essere calda), adunata fuori al
freddo, al lavoro, pranzo con una razione infinitamente misera di cibo, di
nuovo al lavoro, cena sempre terribilmente misera.
Alla minima infrazione, botte senza
pietà… e il camino come prospettiva.
Appena si arrivava nel campo di
concentramento, si vedeva in quelli che c’erano già la fotografia di come si
sarebbe diventati: scheletri ambulanti, senza forze né dignità umane.
Ci ha raccontato che il più grande sogno dei prigionieri era quello di essere liberati:
sopravvivevano ( quelli che ce l’hanno fatta) nella speranza che arrivassero
gli Angloamericani o i Russi a porre fine a
quell’inferno.
Con sincerità Natale ci ha detto che
lui non ha dimenticato nulla delle sofferenze subite, ma che ha cercato nella
sua vita di perdonare sia i Tedeschi, responsabili di tutto ciò, sia quei Polacchi
che, nel campo, facevano i sorveglianti e non avevano un minimo di umanità: perché “l’odio non serve a niente, è solo una
spirale che porta ad altro odio, e quindi a nuove tragedie”, come ci ha detto
egli stesso.
Questo ci ha colpito profondamente, e ci
ha ulteriormente testimoniato l’importanza di ricordare: non per continuare a coltivare rancore
e disperazione, bensì per poter fare in modo che non succedano mai più tragedie
simili.”
Alice
“Natale Pia, anche se ci siamo visti
per poco tempo, mi è sembrato un uomo del quale il mondo non può fare a meno:
anzi, bisognerebbe che ce ne fossero tanti come lui!
Sono esperienze che ti segnano la vita
in un modo incredibile: Natale ci ha raccontato, come io ho anche letto nel suo
libro, che ci ha messo quarant’anni a smettere di avere incubi
tutte le notti. Io personalmente ammiro quest’uomo molto pacato, che non fa sfoggio delle sue esperienze passate, non
dà giudizi e cerca invece di perdonare, un uomo che ha il coraggio di
raccontare e che vuole farlo proprio ai giovani. Un uomo, un esempio, per
capire che non bisogna dimenticare, ma sapere cosa è successo e non ripetere
gli stessi errori del passato.”
Simone
Natale Pia, per tutti Natalino, nasce a Montegrosso d’Asti.
Parte a vent’anni
per
Al ritorno a casa
collabora alla lotta partigiana nell’astigiano, ma viene catturato e deportato a Mauthausen,
lager dal quale viene liberato dagli alleati quando si ritrova allo stremo
delle forze.
Non ha mai potuto
dimenticare queste terribili esperienze, non ha mai dimenticato i compagni che
non ce l’hanno fatta; la sua testimonianza vuole
essere un monito alle nuove generazioni perché non permettano che succedano
ancora tragedie simili.
Noi l’abbiamo
incontrato a scuola, dove con grande disponibilità ci
ha raggiunti per raccontarci la sua storia e per rispondere alle nostre
domande. Un incontro che ha davvero lasciato il segno (basti dire che “non
volava una mosca” anche se eravamo in più di sessanta
alunni radunati in un’unica sala), e per il quale lo ringraziamo con grande
stima e riconoscenza.
Abbiamo anche letto
e commentato il suo libro, “Storia di Natale”, che consigliamo vivamente a tutti.
Schegge
di memoria di…
IL
RACCONTO DI QUELLI CHE C’ERANO
BALBO
GIUSEPPE, nato nel 1910 :
“Andai a Senigallia nel 1931 per fare
addestramento; rimasi due mesi, poi fui trasferito a Zara, in Dalmazia, dove
ero bersagliere: avevo un grande cappello con tante
piume nere.
Solo che fui ferito alla testa, mi
riformarono e così smisi di fare il soldato.Mio fratello
Pietro era invece arruolato nella
cavalleria e molte volte ha accompagnato il Principe:
anche lui aveva una bella divisa, perché era ufficiale, e un grande elmo in
testa.
Avevo ancora un altro fratello,
Cesarino, che però era nel corpo degli alpini.”
Io non mi sono arruolato come
partigiano, ma stavo dalla loro parte e li aiutavo,
anche se alcune volte mi hanno dato fastidio: venivano a bussarmi a casa,
volevano informazioni su tutto e su tutti.
Avrebbero
voluto perfino portarmi via con loro, per questo Rita aveva sempre
paura. Se non avevi niente da dargli, potevano anche
rubarti tutte le bestie che avevi; ti lasciavano un foglio con scritto che poi
il Governo pagava, ma chissà quando!
Ammazzarono molti tedeschi e alla fine
vinsero loro perché erano in maggioranza rispetto ai repubblichini.
I partigiani stavano dalla nostra
parte, con la gente comune, ma a volte hanno fatto dei danni come a mia sorella
Fiorina :”era una ragazza tanto brava, aveva sposato
Baldovino e aveva aperto un negozio di sali e tabacchi a Loreto.
Un giorno, dopo aver servito una
signora, sentì degli spari, del rumore, così andò
vicino alla vetrina per cercare di vedere.Solo che i partigiani l’avevano scambiata
per una fascista e così, le hanno sparato alla testa. La pallottola le ha
attraversato il cervello ed è morta così, sul colpo.”
“Persi anche tanti dei miei amici:
alcuni furono deportati, altri uccisi dai repubblichini. Tedesca era la moglie
di Cora. La sua fabbrica dava lavoro a tutto Costigliole e Boglietto, io ci ho lavorato per molti anni.
Comunque la sua
moglie portò via tanti dei amici: li teneva chiusi nel cortile della fabbrica
per due-tre giorni, poi li mandava via su dei treni
che li portavano chissà dove.
Anch’io fui preso e tenuto chiuso là
insieme ad altri per un giorno, ma poi arrivarono i
partigiani e gli alleati, così io non partii più.”
CERRUTI GIUSEPPE, nato nel 1939 :
“Non mi ricordo molto della guerra
perché ero piccolo, ma quando ci penso alcune scene mi tornano alla mente così chiare che mi sembra di riviverle ora.
Un giorno i repubblichini sono andati
ai Soria, perché noi una volta abitavamo là. Hanno
rivoltato tutti i materassi in cerca di soldi, ma siccome non ne avevano trovati ci ordinarono
di stare fermi immobili in una stanza finché loro non fossero usciti. Ma mio papà andò a vedere lo stesso…. Pochi secondi dopo aveva già una pistola puntata alla testa e il soldato
chiedeva al comandante:”Devo sparargli? Devo sparargli?”
Furono attimi di paura, ma ebbe salva la vita.
Mi ricordo anche che quando
arrivavano i partigiani mio fratello Aureliano, che aveva 25 anni, si nascondeva nel ripostiglio
oppure scappava nelle vigne per non
essere preso.Pensa
che stava là anche 5-6 ore prima di tornare a casa!”
CERRUTI RENATO, nato nel 1937:
“Quando avevo
5-6 anni, una notte arrivarono i repubblichini, mio papà li ha sentiti e allora
è sceso giù nella stalla per vedere, così intanto ha chiuso tutto.Ma loro erano già entrati e questa volta, per fortuna,
volevano solo mangiare.
Un’altra volta, verso l’ora di cena,
sono arrivati nel cortile con la trebbiatrice e dopo averci fatto uscire tutti da in casa, ci hanno fatto mettere in cerchio con quattro
mitragliatrici puntate addosso.
Mentre noi morivamo di paura, un
giovane soldato di circa 18 anni con un cerino in mano, chiedeva
insistentemente al capitano:”Devo incendiare la casa?
Devo incendiare la casa?”
Fortunatamente il capitano ebbe un po’
di pietà e ci
lasciarono stare. Tornarono qualche giorno dopo a cercare la benzina, che noi
avevamo nascosto nel pagliaio. Non la trovarono.
Una volta sono venuti anche i
partigiani perché volevano il vitello che c’era nella stalla.Solo che per non
darglielo, mio papà ha dovuto dirgli che l’aveva già venduto al macellaio di Boglietto.Appena andati via, ha corso fino in paese per
spiegare al macellaio com’era andata tutta la storia, ma siccome era una
situazione di emergenza comprò il vitello solo per
metà prezzo.
Infatti poco tempo dopo arrivarono i partigiani dal macellaio a chiedergli se era vero che Cerruti di Colosso gli aveva venduto il vitello, lui
rispose di sì e tutto finì lì.”
BALBO FRANCA , nata
nel 1943:
“Sono nata negli anni di guerra e non
mi ricordo direttamente, però so che cosa è successo a mio zio Amilcare: era in
Russia, dove costruiva le tradotte sotterranee insieme al suo amico Angioletto.
Mio zio ha fatto otto anni di guerra.
All’epoca del fatto che ti racconto, lui era in
Russia, perché doveva costruire insieme al suo amico Angioletto le tradotte
sotterranee.
Solo che dopo che avevano finito la
costruzione, i suoi compagni hanno lasciato lui e il suo amico mezzi morti. Ma
siccome Angioletto era ferito, lo zio lo portò in spalla finché potè
, così chiese poi di ricambiarli il favore.
Ma l’amico se ne andò
lasciandolo solo nella neve.Fu così che venne raccolto
da un treno tedesco, che lo portò fino al confine con l’Italia.
Si mise a camminare, ma siccome gli si
congelarono mani e piedi, proseguì il suo cammino con gomiti e ginocchia,
finché giunse a Trento.
Da lì fu trasportato all’ospedale di
Brescia, curato, e poi rimandato a casa sua a S.Stefano. Logicamente la sorpresa dei suoi
famigliari fu immensa, anche perché Angioletto aveva detto a tutti che lui era
morto. Dopo tanti
anni si rincontrarono, ma non si degnarono di uno sguardo.”
Schegge
di memoria di…
…CHI DALLA RUSSIA NON E’ PIU’ TORNATO….

Giuseppe
Travasino, classe 1921, viene arruolato nel 1940, come
alpino, nel battaglione “Monte Cervino” – sezione alpini sciatori, 8° Compagnia
Armi d’Accompagnamento.
Segue
un periodo di addestramento a Frabosa
Soprana (Cn) dove, come egli stesso scrive alla
sorella Margherita, “ci insegnano a fare le tattiche, ma è come se fossimo
già in guerra perché spariamo tutto il giorno…”
Nonostante tutto, scrive anche alla sorella: “Dormiamo sulla paglia, ma siamo
in una bella caserma con il pavimento di legno che anche dormire sulla paglia
non si sta male”. (Dalla lettera del 19 Aprile
1941).
All’inizio
del 1942 viene trasferito nella caserma di Aosta, sede
del Battaglione “Monte Cervino” dove presto riceve l’ordine di partire per la
campagna di Russia.
Dalla
corrispondenza con la sorella Margherita:
Aosta,
10 Aprile 1942
“[…]
Carissima sorella, giorni fa ti ho scritto che non c’era nessun ordine di
partire e infatti era la verità, ma sai che le cose
quando meno si aspettano più presto arrivano e infatti ieri è arrivato l’ordine
di partire subito per
Partiamo
domani quindi ti prego di vero cuore di non sagrinarti
e di fare un po’ di coraggio alla mamma che, sono sicuro, si sagrinerà molto. Ma per circa due
mesi pericoli non ce ne sono perché dobbiamo viaggiare 40 o 50 giorni sul treno
e qui pericoli non ce ne sono. […]”
Dalla
prima lettera spedita dalla Russia:
Russia,
11 Maggio 1942
“[…]
per ora sto bene, mi trovo ancora distante dal fronte, ma ci avviciniamo […]”
Russia,
13 Giugno 1942
“[…]
ci troviamo ancora distanti dal fronte e stiamo abbastanza tranquilli…Speriamo
che qui in Russia tutto abbia presto termine e potremo ritornare nella Bella Italia Vittoriosi!”
Russia,
29 Giugno 1942 (come si può notare, il luogo da cui
era stata spedita la lettera è stato cancellato con inchiostro nero dal Comando
Militare)
“[…]
Siamo molto distanti dal fronte, ci troviamo nei dintorni di Stalino (?) quindi
vedete che il fronte è molto distante da noi.”
In
questa lettera, inoltre, Giuseppe chiede notizie del cognato, anche lui
impegnato nella guerra in Africa e scrive:
“Quando
mi scriverete datemi notizie di Giuseppe perché è da un mese che non ho più sue
notizie ma spero che lui pure si trovi bene e che
metta in fuga gli Inglesi come noi qui si mette in fuga i Russi!”

Dall’ultima
lettera di Giuseppe pervenuta alla famiglia:
Russia,
5 Gennaio 1943
“[…]
ringraziando il buon Dio, mi trovo ancora in buona
salute…
Ieri
mi sono trovato con Deglio Caligaris
e siamo stati tutto il giorno insieme. Anche lui sta bene. […] Cari, per
ora non mi rimane che dirvi di stare sempre bene e allegri e di non pensare a
me perché per ora non mi manca nulla […]”
Anche
il soldato citato in quest’ ultima lettera non farà
più ritorno a casa.
Dopo
ben cinque mesi di silenzio, verso la fine del Maggio 1943,
la famiglia, già preoccupata per l’assenza di notizie, riceve questo terribile
comunicato.
“Aosta,
11 Maggio 1943
Egr. Sig.
Sono
spiacente di dovervi comunicare che vostro figlio Giuseppe è stato dato
disperso in data 16 gennaio 1943 perché dopo tali combattimenti non è stato più reperibile. Spero sia prigioniero e possa un
giorno tornare a voi.
Comprendo
perfettamente il vostro dolore che è quello di tutti gli alpini del Cervino per
la perdita di un camerata valoroso.
Vi invio i miei auguri e il mio saluto.”

Poi, solo il silenzio e la rabbia di non aver mai
saputo la fine di Giuseppe.
Non
aveva ancora compiuto 22 anni.